UNA DINASTIA LA SUA EPOCA
TRIESTE
L’arte, la storia, gli affari. La scomparsa di Raffaello de Banfield è il simbolo di un’epoca che finisce, una fetta di storia della città che va agli archivi proprio all’indomani di un altro evento-simbolo, la caduta dei confini. È come se l’ultimo esponente di una dinastia che seppe unire arte, storia ed economia avesse deciso di uscire di scena nel momento in cui il secolo che ha rappresentato - il Novecento - cala le sue ultime carte. Nella vita di de Banfield c’è tutta la Trieste del Novecento. C’è la storia, con gli eroi alati e l’artistocrazia dell’Austria-Ungheria. Ci sono l’arte e la cultura, la musica, le amicizie con artisti internazionali, filosofi, scrittori, attori.
Ci sono gli affari, con la Tripcovich, i suoi fasti e il suo declino, in cui è fin troppo facile leggere la nemesi di un destino così strettamente legato a quello della città (e se i destini lasciano tracce tanto più profonde quanto più hanno inciso nella vita di tanti, ancora non è un caso che oggi il nome della famiglia de Banfield resti legato a uno degli enti benefici più attivi e benemeriti della città). Raffaello de Banfield ha saputo portarsi dietro l’eredità di una leggenda senza mai vacillare. Ha visto svanire il suo secolo e i suoi beni con coraggio e dignità. Figlio di un asso dell’aviazione austriaca - quel Goffredo, l’Aquila di Trieste, che quando vide sul cielo di Sistiana il biplano con il cavallino rampante di Francesco Baracca invece di abbatterlo come forse avrebbe potuto lo affiancò solo per un cavalleresco saluto -, e della contessa Maria Tripcovich, donna manager ante litteram, Raffaello de Banfield come pochi altri della generazione cresciuta fra le due guerre mondiali ha legato il suo nome alla storia sociale, culturale ed economica di Trieste.
Quando, sotto la sua presidenza, la Tripcovich si trovò arenata nelle secche di un disastro finanziario senza precedenti nella sua lunga storia iniziata nel 1895, mentre il suo mondo andava in frantumi lui continuò a ripetere di aver solo fatto fino in fondo il suo dovere, a dispetto di tutto, e a scapito di quel grande amore al quale avrebbe voluto dedicarsi anima e corpo: la musica (e il teatro, che diceva di amare in maniere completa, «dalla platea, dal palcoscenico e da dietro le quinte»). Anche in questo senso del dovere portato quasi all’estremo c’è qualcosa di antico che sembra svanire con l’uscita di scena della sua figura. Ma Raffaello de Banfield è stato anche un emblema del cosmopolitismo. Nato in Inghilterra, nelle sue vene scorreva sangue dalmato, irlandese, tedesco, austriaco. Aveva studiato in Svizzera e a Parigi, debuttò con la sua prima opera a Londra, aveva amici a New York come a Venezia.
Aveva conosciuto Laurence Olivier, Greta Garbo, Marlene Dietrich, il filoso Jean Paul Sartre, Gore Vidal e Tennessee Williams e si rammaricava «di non avere viaggiato di più», soprattutto in estremo oriente. Ma si sentiva, ed era, «cittadino d’Europa», incarnando anche in questo quel carattere eclettico, in bilico fra varie identità e abituato a guardare orizzonti aperti, che ogni triestino sa vivere a modo suo. E oggi che Trieste viene chiamata ad assumersi la responsabilità di essere capitale dell’Euroregione, proprio mentre si profilano nuove possibilità e comunque si rimescolino le carte le combinazioni di storia, arte e affari sembrano segnare punti a favore della città, l’uomo che nel Novecento ne ha rappresentato ascesa e declino se ne va lasciando una memoria che appartiene a tutti noi.
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