UNA LINGUA PER LEGGE

La mia famiglia viveva a Modena, dove sono nato. Ma mia madre veniva da un paese in collina sopra Udine. Ogni estate venivo a trovare i parenti. Alla locanda dove talvolta mi fermavo parlavano tutti tra loro solo friulano. Ho frequentato quei luoghi fino alle soglie dell'Università, poi smisi. Ma non ho mai avuto l'impressione che pensassero, allora, di parlare una lingua, né nessuno me lo disse mai.


Non parlavano il friulano, parlavano in friulano, e basta. Parlavano quello che avevano imparato fin da bambini, rispetto a cui l'italiano era lingua straniera. Poi andavano a scuola e, per comunicare con il mondo, imparavano l'italiano, che usavano con me.


Così succedeva in Italia, dovunque. L'ho visto accadere in Emilia, a Genova, come in Sicilia. Il friulano, come il bolognese, il napoletano e il veneziano era la parlata dei primi affetti, e della prima conoscenza del mondo circostante. E come nel resto d'Italia, le parlate primarie, qui il friulano, o in Sardegna il sardo, oppure altrove il torinese o il romano, o tutto quello che comunemente chiamiamo dialetti, hanno perso terreno. Un grande linguista, Tullio De Mauro, ci ha spiegato che l'unità linguistica d'Italia l'ha fatta la televisione. Magari in un italiano con tante venature regionali. Perché prima, spesso, non ci si capiva neppure a distanza di pochi chilometri.


L'unificazione di cui parla De Mauro è quella a livello popolare. Perché l'unità della lingua a livello erudito è cosa antichissima, come tutti noi sappiamo. Ma, passati i primi grandi secoli della lingua, l'italiano aulico ha sofferto, soprattutto dopo l'Unità, di una certa carenza espressiva. Troppo ingessato. Belli e Trilussa hanno scritto in romanesco, e sono patrimonio di tutti noi in quanto italiani, così come le poesie di Carlo Porta, milanese, o il teatro genovese di Govi, o quello dei napoletani Scarpetta ed Eduardo, o la poesia in veneto di Zanzotto, o quella in gradese di Biagio Marin. Pasolini, dicono alcuni esperti, ha scritto, invece, in un friulano di sua propria invenzione. Come oggi il siciliano dei libri gialli di Camilleri.


C'è stato in passato, cioè, un ruolo sussidiario delle parlate primarie, qualsiasi cosa siano o comunque le si chiami, dialetti o lingue, sia nel quotidiano che in letteratura. Ruolo oggi molto ridotto. Ma, proprio perché la sussidiarietà era ed è efficace nel dire gli affetti, nella poesia, per l'espressività, troverei, invece, ridicoli libri di matematica e fisica, o altra disciplina scientifica, in un qualsiasi dialetto: genovese, bergamasco o barese, così come in friulano, per quanto lingua.


Ho trovato sempre risibili i telegiornali in bolognese. Troppo comprensibili, come non avrebbero potuto essere, se fossero stati fatti in dialetto vero. Così basati su parole italiane solo leggermente mascherate. Quei telegiornali parlavano di un mondo che era cresciuto fuori di quel linguaggio: il mondo della crescita economica, dell'urbanizzazione, del cambiamento dei costumi, dei rapporti internazionali; il mondo insomma. Quella parlata, così efficace per esprimere in modo fulminante opinioni, affetti, rapporti tra persone, era del tutto inadeguata a parlare del mondo.


Non me ne vogliano i friulani, ma penso dei telegiornali in friulano, la stessa cosa che pensavo di quelli in bolognese. Perchè è in italiano che l'Italia è uscita dal mondo contadino, in cui ancora viveva negli anni Cinquanta. Le parlate primarie sono rimaste solo testimonianze di quei mondi scomparsi. Di conseguenza, purtroppo, e sottolineo purtroppo, ma inevitabilmente, ed inesorabilmente, le parlate locali hanno ceduto il passo: il bilinguismo dialetti-italiano sta scomparendo, così come quello friulano-italiano.


Una legge non è in grado di resuscitare una parlata primaria, se i suoi parlanti non la parlano fin da piccoli, semplicemente e naturalmente, come respirano. E se lo fanno, non c'è alcun bisogno di una legge. Se i promotori della legge sono sinceramente preoccupati per la perdita di una ricchezza espressiva dell'Italia, come il friulano. Se i promotori sono sinceramente preoccupati di conservare quella ricchezza, obbiettivo che condivido di tutto cuore. Ebbene, se le cose stanno così, si spremano le meningi e propongano qualcosa di davvero utile, e non qualcosa di buono solo a produrre gente che sappia dire in friulano buongiorno e buonasera, o poco più. E, soprattutto, che non sia obbligatorio, o quasi.

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