Una satira della Slovenia di oggi nel film di Maja Weiss a Trieste
TRIESTE
Il Trieste Film Festival si avvia alla conclusione di domani sera spingendosi ancora più a est con gli ultimi tre lungometraggi in concorso, il ceco «La regola della menzogna» di Robert Sedlácek, il russo «In viaggio con gli animali» di Vera Storo¿eva e il turco «Yumurta» di Semih Kaplanolu. Tanti, però, sono stati anche i titoli provenienti dalla penisola balcanica e in particolare dalla Slovenia. La Slovenia è quest'anno in gara con «Estrellita» di Metod Pevec e «Instalacija Ljubezni» di Maja Weiss, presentato in sala lunedì. La Weiss, regista di documentari al suo secondo lungometraggio, ha firmato un film molto pop, dai colori caricati quasi fluo, con una narrazione a scatole cinesi che incastra continuamente, fino a confonderle, la realtà filmica, quella dell'installazione d'arte che il protagonista crea nella trama, e il piano metacinematografico della troupe che riprende il tutto.
Ne è uscita una satira brillante della Slovenia (ma anche di tutto il mondo occidentale) contemporanea. «Ho voluto girare un film moderno, che fosse una sfida anche per me come artista - spiega la regista. - Sia nelle installazioni che nel cinema amo la capacità di rispecchiare la contemporaneità, quindi ho fatto un film puramente di fiction ma allo stesso tempo realistico nel riflettere il nostro tempo. Sia nel soggetto, sia nella forma, richiama i reality show come il "Grande fratello", oppure "Truman Show" (il film di Peter Weir; ndr). Ho lavorato sul contrasto che c'è in ognuno di noi, soprattutto nella classe media borghese, fra il gusto del kitsch e la pratica di criticarlo, sul fatto che qualcosa sia arte e o che ce lo facciano passare per arte. Qualcuno dotato di intelligenza e humour ha apprezzato il film, altri hanno detto che ho provocato troppo». Il risultato commerciale di «Instalacija Ljubezni», però, non è stato soddisfacente. «Al box office è andato male. Penso che il film sia molto comunicativo, che guardi al futuro, ma è uscito in sala il 22 novembre e l'hanno già ritirato, quindi non circola più.
Ha avuto circa 9300 spettatori. in contemporanea è uscito un altro film sloveno ("Rooster's Breakfast", ndr.) che invece ha ottenuto un record nella storia del nostro cinema, con 125mila spettatori. Questo è uscito nei multiplex, il mio in orari pomeridiani o saltuariamente. Anche i distributori potevano fare di più». L'esperienza cinematografica della Weiss va oltre il suo ruolo di regista: fino al marzo scorso è stata presidente dell'Associazione dei registi sloveni, poi ha rifiutato di continuare con un altro mandato: «Avevo la sensazione di non poter parlare con i politici - spiega infatti. - Sono arrivata al punto da dirmi: "è un affare da uomini". Adesso abbiamo come presidente Igor Koršic, che combatte da uomo tra uomini».
Dalla sua posizione di presidente si è fatta un'idea precisa della situazione produttiva del cinema sloveno, ricavandone un quadro poco roseo. «La Slovenia non ha una buona politica cinematografica. Il programma di finanziamento statale del 2006 per il 2007 non è stato accettato. Il risultato è che ci sono state più di 300 persone senza lavoro, dai produttori agli attori, ai registi. Quando si chiedevano le motivazioni ai politici, la risposta ufficiale era che bisognava risanare i conti dei film degli anni precedenti. Poi c'è stato un continuo cambio al vertice e questo è già motivo di caos». Domani il Trieste Film Festival chiuderà anche la preziosa retrospettiva dedicata al maestro del cinema ungherese István Gaál, scomparso lo scorso settembre.
Gaál non è stato solo regista per il cinema e per la televisione (firmando omaggi a grandi musicisti come Bela Bartók), ma anche sensibile fotografo, come testimoniano i suoi scatti in mostra al Cinema Excelsior. Il suo lavoro fortemente intellettuale ma anche artigianale, come amava sottolineare lui stesso, è ripercorso nell'ottimo libro uscito per il festival a cura di Paolo Vecchi e Judit Pintér, «Radici», edito da Lindau. A ricordo di un artista a trecentosessanta gradi che ha segnato indelebilmente il mondo culturale ungherese. Elisa Grando
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