UNA TRAGEDIA CIVILE
Il fantasma di una "Seconda Repubblica" mai esistita ha assistito impotente al tragico rogo della Thyssen e ha visto simbolicamente il suo totale fallimento nelle montagne di rifiuti campani: rifiuti che, altrettanto simbolicamente, stanno affossando la speranza di un vivere collettivo civile, scandito da responsabilità e regole. Ha fatto molto bene il direttore di "Repubblica" Mauro a lasciare la redazione del giornale e a cercare nelle strade di Napoli e fra gli operai di Torino quei barlumi di realtà che difficilmente si colgono dai luoghi del Palazzo. A Napoli, ha osservato Pierluigi Battista sul "Corriere della Sera", vengono sepolte definitivamente non solo le scorie ma anche le speranze della fase seguita all'esplosione di Tangentopoli, salutata entusiasticamente -appunto- come una "Seconda Repubblica". Ne vengono sepolti gli equivoci profondi, il gattopardesco ripresentarsi di vizi antichi ("tutto cambi perché nulla cambi") ma anche quella parte positiva che pur sembrava emergere e nella quale i cittadini largamente si riconobbero. Il "partito dei sindaci" fu un pezzo importante e decisivo del tentativo di ridefinire il rapporto fra il paese e il Palazzo. E Antonio Bassolino, eletto sindaco nel 1993, sembrò l'artefice di un "nuovo Rinascimento" napoletano.
Ebbe certo dei meriti, perlomeno nella prima fase, ma è impossibile rimuovere l'approdo attuale. In un percorso che lo ha visto poi Presidente della Regione, Bassolino è stato anche -per quasi quattro anni- Commissario governativo per lo smaltimento dei rifiuti: in questi quindici anni, cioè, è stato ininterrottamente al vertice politico della Campania ed ha avuto anche responsabilità specifiche nella vicenda ora esplosa. E oggi non ha ritenuto di rassegnare le dimissioni. Anche per questo è diventato il simbolo di un disastro, di una bancarotta fraudolenta: che altro è un'amministrazione del bene pubblico che permette al degrado di travolgere persone e cose, elementari norme di vita e istituzioni? Nell'imbarazzato tentativo di evitare dimissioni dovute, il Governatore Bassolino ha detto che non è il solo responsabile e che -oltre al centrosinistra, che localmente governa da quindici anni - ha responsabilità anche il centro-destra, che ha governato l'Italia per cinque anni.
E' vero, certo, ma proprio questo fa cogliere bene quanto sia profondo il fallimento del centrosinistra. Fa capire che sono stati gettati al vento i segni distintivi che pur avevano caratterizzato la storia della sinistra italiana. Il suo momento di maggior forza fu annunciato, non a caso, da elezioni amministrative. Eravamo nel 1975, e il trionfo elettorale delle sinistre avvenne proprio all'insegna del buongoverno: un buongoverno realmente praticato nelle "amministrazioni rosse" dell'Emilia, della Toscana e di molte altre aree. Iniziò allora una breve stagione di speranza, prese corpo la sensazione che la volontà di cambiare dei cittadini diventasse finalmente realtà. Il voto del 1975 sembrò porre fine a una stagione di malgoverno di cui era stata responsabile in primo luogo la Democrazia Cristiana di alcune grandi città, soprattutto meridionali (sostituita per alcuni anni a Napoli dall' impresentabile armatore monarchico Achille Lauro). "Capitale corrotta = nazione infetta": nel 1955 un settimanale nato allora, l' "Espresso", annunciava così un'inchiesta sulla speculazione urbanistica a Roma.
Al "sacco di Roma" -e di Napoli, e di molte altre città- la prima fase delle giunte di sinistra sembrò porre finalmente termine, anche se poi il soffio innovatore si affievolì. Nella crisi generale degli anni novanta una nuova stagione amministrativa -la stagione dei Sindaci, appunto- sembrò ridare alimento alla speranza, e importanti segnali positivi vi sono certo stati. Si resta però senza parole di fronte al disastro della Campania, e alla impossibilità o non volontà di molte regioni di portare aiuti efficaci e solidali: e gli scontri di Cagliari fanno capire che i guasti riguardano allo stesso modo la classe politica e quella che è difficile chiamare "società civile". Questa è la vera tragedia, ed è in questo disastro politico che la camorra ha trovato alimento. Fu così anche in passato, ad esempio all'indomani del terremoto del 1980. In nome dell'emergenza, esponenti della Dc campana come Cirino Pomicino chiesero allora, e ottennero, drastiche semplificazioni delle procedure per la ricostruzione e controlli poco più che formali: e ciò favorì un rilevante salto di qualità nel rapporto fra affari legali e illegali, con consistenti guadagni sia di uomini e gruppi politici che di clan criminali.
Allora, come oggi, è stato il fallimento e la corruzione della politica a dar forza alla camorra, e i cittadini lo sanno: non a caso il libro più venduto dello scorso anno è "La Casta", di Rizzo e Stella, seguito da vicino da "Gomorra" di Saviano. Il senso di una tragedia civile è reso ancor più drammatico dal composto e profondo dolore di Torino, e da quel che il rogo della Thyssen ha rivelato. In questa Italia distratta il Presidente Napolitano sembrò un anziano comunista fuori moda quando richiamò l'attenzione, sin dall'inizio del suo mandato, sul dramma delle morti bianche: un dramma e al tempo stesso un simbolo del disattento fastidio con cui pezzi importanti del Palazzo e del paese guardano non di rado al mondo del lavoro. Non è fenomeno di oggi: l'attenzione ai problemi della fabbrica fece fatica ad affermarsi in un'Italia a lungo contadina e poi -ancora negli anni cinquanta- abituata a guardare alle fabbriche come a pericolosi focolai di infezione comunista.
Una diversa sensibilità maturò negli anni sessanta, e nel 1970 lo Statuto dei diritti del lavoro portò per la prima volta la Costituzione all'interno delle aziende (così fu detto, e non era retorica). Crebbe nello stesso periodo l'attenzione alle questioni della salute e della tutela della vita nel lavoro industriale: sembrò una consapevolezza civile finalmente conquistata ma durò pochissimo. Gli appelli e il forte impegno del Presidente Napolitano hanno richiamato su questo tema l'attenzione degli italiani, e il dramma della Thyssen impedisce ora a tutti di chiudere gli occhi: fa capire con lancinante evidenza che ogni limite è stato varcato. Non c'è dubbio, un'inversione drastica di tendenza non può essere rimandata e il paese è sembrato prenderne coscienza: purtroppo, nella nostra felice penisola, alle parole non seguono quasi mai i fatti.
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