Val Rosandra, la protesta stoppa il taglio-bis di alberi

La Protezione civile non vi tornerà il 14-15 aprile. L’esito della manifestazione in piazza Unità. Raccolte quasi 6mila firme
In primo piano il professor Nimis
In primo piano il professor Nimis

«Non ci sarà un secondo intervento della Protezione civile». Un primo “taglio”, dopo quello degli alberi in Val Rosandra, l’ha ottenuto la protesta spontanea dei cittadini. La Protezione “incivile” (nome conquistato sul campo) non tornerà in Val Rosandra il 14 e 15 aprile. Non gli sarà permesso di completare il “lavoro”. L’operazione “alvei puliti” si ferma per ora al 24 e 25 marzo quando in due giorni “l’uomo ha distrutto ciò che la natura ha impiegato 40 anni a realizzare” (opinione degli esperti scientifici) al modico prezzo di 800mila euro. “Diamoci un taglio!” è il titolo della manifestazione che si è svolta ieri, alla vigilia di Pasqua, in piazza Unità a Trieste davanti al palazzo della Regione. Prima uscita del “Comitato per la difesa della Val Rosandra” nato come pesce d’aprile domenica scorsa. Presidente emerito Livio Poldini e vicepresidente Alessandro Severi. Esperti ambientali: Pier Luigi Nimis e Sergio Dolce. Cinquecento persone hanno sfidato una leggera pioggia e il clima pasquale per presentare il conto alla politica: “Cos’è successo in Val Rosandra?”. Nessuna bandiera di partito. Poche le bandiere che spuntavano tra qualche ombrello: tre bianche del Wwf e tre gialle della Legambiente a cui si sono aggiunte due Ño-Tav.

L’ovazione della folla arriva quando Severi, in piedi sulla panchina davanti alla Regione, annuncia il blocco dell’intervento della Protezione civile. Prima vittoria. Si fa per dure. Visto che niente e nulla cancella quando è successo. «Un crimine ambientale gravissimo, uno scempio impressionante, una barbarie che non ha nessuna giustificazione, un atto di ignoranza assoluta» elenca il leader per caso del Comitato. Intanto si raccolgono le doppie firme: quella su una petizione da inviare alle istituzioni (ministero dell’Ambiente, presidenza della Regione Fvg, Provincia di Trieste e Comune di San Dorligo della Valle) e quella da mandare all’Unione europea. Le firme raccolte sfiorano quota 6 mila (5.775 per la precisione): 1572 sono state raccolte il primo aprile in Val Rosandra. «Si chiede che venga quanto prima istituita una commissione tecnica da noi presieduta insieme alla Forestale, per la valutazione dei danni e gli interventi di ripristino» è la richiesta finale della petizione. «Noi chiediamo che venga fatta chiarezza. Vogliamo i nomi dei responsabili» grida Severi. Alcuni nomi sono già iscritti d’ufficio come quello dell’assessore regionale Luca Ciriani. «Uno che dice: “Io lo rifarei”, è già colpevole» dice Severi. E la folla emette la sentenza: «Dimissioni subito». Non ci sono alibi. «È stato un autentico disastro ambientale in un sito protetto. A me piacerebbe vivere in un Paese normale e in un Paese normale queste cose non possono succedere» dice Pier Luigi Nimis, professore di Botanica a Trieste e membro della Commissione scientifica della Val Rosandra che nessuno ha pensato di consultare prima del folle intervento. Livio Poldini, professore emerito, non ha parole tenere. «Non mi sento a mio agio come tribuno del popolo. È grave il disastro fatto dalla mano pubblica in Val Rosandra. Dimostra un grave ritardo culturale». E, dulcis in fundo, Sergio Dolce, ex direttore dei musei scientifici. «Oggi non mi sento per niente dolce - attacca -. In Val Rosandra bisogna correre subito ai ripari: è urgente avviare un ripristino ambientale. Vanno trovati fondi pubblici». Altri soldi pubblici per riparare i danni fatti con altri soldi pubblici. Così gira l’economia in Friuli Venezia Giulia. E pure qualcos’altro. «Visto che di soldi nostri si tratta» denuncia Dolce. «Mi spiace constatare l’assenza totale di cultura nell’ambito della casta che ci governa».

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