«Vanni», testimone di una tragedia

Per un caso fortuito la notizia della morte di Giovanni Padoan, nella Resistenza nome di battaglia "Vanni", è giunta pochi giorni dopo che proprio nel "Piccolo" era comparso un articolo di Marina Rossi sul libro di Gorazd Bajc, da poco uscito a Capodistria, sulle missioni alleate e del regio governo italiano al confine orientale tra autunno 1943 e primavera 1945, un argomento, questo (ripreso pure in un altro intervento, nella stessa pagina, relativo a una raccolta di documenti curata da Nicola Tranfaglia del 2004). Una raccolta sempre al centro dell'attenzione degli storici e sul quale pagine di notevole interesse si rinvengono anche nelle memorie autobiografiche di Diego de Castro così come in un volume di Gabriel Kolko, tradotto in italiano nel 2005 per l'editore Fazi di Roma, Il libro nero della guerra. Politica, conflitti e società dal 1914 al nuovo millennio, che non manca di trattare della particolare attenzione con cui inglesi e americani guardavano alla situazione della Venezia Giulia e ai complicati rapporti tra le stesse formazioni partigiane italiane e tra esse e quelle jugoslave, nel timore, in particolare dopo lo scoppio della guerra civile in Grecia, di colpi di mano comunisti.


È in siffatto scenario che si situa la vicenda di "Vanni", personalità di rilievo delle unità garibaldine nella Venezia Giulia, con alle spalle una militanza di tutto rispetto nel partito comunista, ricordata nei suoi momenti essenziali nell'articolo comparso in questa sede l’altroieri, che, a conflitto concluso, anche per rispondere alle accuse in merito al sanguinoso episodio di Malga Porzus, si fece memorialista di quanto aveva vissuto in prima persona. A lui, infatti, si devono Abbiamo lottato insieme. Partigiani italiani e sloveni al confine orientale (1965), Un'epopea partigiana alla frontiera tra due mondi (1984) e Porzus: strumentalizzazione e realtà storica (2000); tali opere - d'indubbio interesse per comprendere mentalità e orientamenti dell'autore, non studioso professionista di storia, ma appassionato narratore dei fatti in cui si trovò coinvolto - costituiscono tre momenti distinti d'un continuo ritornare sull'argomento, riletto, rivisto e ripensato alla luce tanto di nuove acquisizioni documentarie e storiografiche quanto dell'evoluzione ideologica del Pci e delle sue revisioni dell'esperienza resistenziale (di particolare utilità, per comprendere questo processo, di cui "Vanni" è rappresentazione emblematica, è la lettura del recente Discorso sull'antifascismo di Alberto De Bernardi (Bruno Mondadori ed.) alla luce dei cambiamenti della propria linea politica, come, del resto, ieri ha notato pure Roberto Spazzali.


Se all'inizio le sue considerazioni risentivano chiaramente del clima della Guerra Fredda e della contrapposizione frontale tra i due schieramenti in cui erano divisi i partiti italiani, per cui l'episodio di Porzus, per quanto deplorevole, trovava ampia giustificazione nella situazione del momento, nel secondo intervento si riconoscevano precise colpe nel massacro, sia pure attribuendole esclusivamente ai comandi sloveni, per giungere, infine, a un'ulteriore ammissione di responsabilità, pur se indiretta, dei quadri politici comunisti udinesi, che precedeva l'atto di pacificazione del 2001 con gli "osovani", che per parte loro dal 1945 in poi s'erano battuti per riaffermare la lealtà e correttezza del loro operato in difesa della causa nazionale.


Oggi, in pieno recupero del genere biografico, e non solo in relazione a cosiddetti grandi personaggi, la vita di "Vanni" si presta in modo egregio per illustrare e comprendere il dramma di quella che a ragione è stata definita la guerra civile europea, nella quale le linee di divisione passavano non solo tra stato e stato, bensì all'interno delle singole nazioni in campo, spaccate da diverse scelte ideologiche - per la democrazia o per il "nuovo ordine europeo" hitleriano, con contrasti affatto trascurabili pure nelle file delle diverse Resistenze, esemplare in tal senso il caso della Jugoslavia -, sicché al nostro confine orientale si scontrarono fedeltà diverse, di natura nazionale e ideologica, risolte caso per caso in vario modo, perché anche nelle file comuniste, in special modo in Istria, vi furono non rari militanti che si sentirono prima italiani e poi internazionalisti, in particolare dopo aver verificato l'esasperato nazionalismo, ammantato d'internazionalismo, espansionista sloveno e croato.


Certo è che, fintanto che non si studieranno anche le fonti jugoslave, conservate negli archivi di Belgrado, oltre che di Lubiana e Zagabria, ora che quelli di Londra e Washington lo sono già da tempo, riuscirà difficile capire veramente nei dettagli ciò che provocò l'eccidio di Porzus in quel tragico 7 febbraio 1945. Di là da ciò, si deve prendere atto che negli ultimi anni, anche grazie alle pubbliche prese di posizione di "Vanni", che ha avuto perlomeno il coraggio d'esporsi in prima persona, compiendo sia un importante passo di pacificazione con gli eredi della "Osoppo" sia una certa autocritica, il dibattito storiografico in materia ha assunto toni meno acri e polemici, anche grazie alla benemerita attività editoriale dell'Associazione Partigiani Osoppo e a quella dell'Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, che proprio poche settimane fa ha dato alle stampe, d'intesa con l'Anpi udinese, un opuscolo, curato da Flavio Fabbroni, sulla vertenza legale che contrappose Mario Lizzero, uno dei responsabili del Pci friulano al tempo dell'eccidio di "Bolla" e dei suoi per mano di Toffanin e dei suoi gregari, al "Corriere della Sera" proprio in merito alle vicende che videro protagonista "Vanni" e che il quotidiano milanese aveva utilizzato strumentalmente per una campagna che poco aveva di storico e molto di politico, come di fatto riconobbe la sentenza, favorevole al politico udinese.

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