La visione che modellò il futuro: dal terremoto nacquero l’Università di Udine, la Sissa e l’Area Science Park

La legge dell’8 agosto 1977 stanziò le risorse per la ricostruzione e aprì una finestra che alcuni seppero cogliere con straordinaria lungimiranza. Il Friuli avrebbe avuto la sua università, quella che i suoi studenti erano costretti a cercare altrove da generazioni. Era giusto, era necessario

Giulia Basso
Una veduta dall’alto del Sincrotrone a Basovizza, uno dei luoghi simbolo del mondo della scienza Fvg
Una veduta dall’alto del Sincrotrone a Basovizza, uno dei luoghi simbolo del mondo della scienza Fvg

Quasi mille morti, centomila senza casa, interi borghi ridotti a polvere. La scossa del 6 maggio 1976 aveva devastato il Friuli con una violenza che l’Italia non conosceva dai tempi del Belice. Nei mesi successivi la risposta fu immediata e corale: raccolte fondi, carovane di volontari, una mobilitazione che coinvolse l’Italia intera. Trieste fu in prima fila: verso quelle valli devastate indirizzò energie e risorse con uno slancio che andava ben oltre la vicinanza geografica. Da quella solidarietà nacque anche, attraverso la politica, qualcosa di meno ovvio e molto più duraturo.

Un’aula all’interno della Sissa (Scuola Superiore di Studi Avanzati)
Un’aula all’interno della Sissa (Scuola Superiore di Studi Avanzati)

Un decreto, cinque istituzioni

La legge dell’8 agosto 1977 stanziò le risorse per la ricostruzione e aprì una finestra che alcuni seppero cogliere con straordinaria lungimiranza. Il Friuli avrebbe avuto la sua università, quella che i suoi studenti erano costretti a cercare altrove da generazioni. Era giusto, era necessario.

Fu in quel momento, racconta nel suo «Trieste, ah, Trieste» l’imprenditore, scrittore e primo presidente del Consorzio Fulvio Anzellotti, che il fronte triestino del sistema scientifico regionale comprese di avere un’occasione irripetibile: «Fu saggio, credo, non opporsi e ottenere in cambio per Trieste l’Area di Ricerca, la Sissa e il Collegio del Mondo Unito».

Il 6 marzo 1978 il presidente della Repubblica Giovanni Leone firmò il Dpr 102: con un solo decreto furono fondate cinque nuove istituzioni. L’Università di Udine, l’Area di ricerca scientifica e tecnologica di Trieste, la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori, il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico a Duino. Un atto burocratico che era, nella sostanza, un progetto di civiltà.



Un’idea che covava da anni

L’idea dell’Area di ricerca non nasceva dal nulla: covava almeno dal 1972, quando il Consorzio per gli Istituti di Fisica dell’Università di Trieste aveva redatto il primo studio su un polo scientifico regionale. L’analisi sulla ricerca italiana era impietosa: frammentata, sottofinanziata, incapace di fare massa critica. Un’area concentrata, invece, avrebbe potuto attrarre talenti e industrie, trasformare un territorio di confine in un laboratorio europeo dello scienza. Il sito inizialmente ipotizzato era la zona di Sistiana-Duino. Poi venne il terremoto, e con esso i fondi, e con i fondi la possibilità concreta. Il progetto uscì dai cassetti.

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In cerca di un modello

Per dargli una forma precisa, Anzellotti e il presidente del comitato promotore Italo Rocca visitarono due realtà già operative: Sophia-Antipolis, la grande città della scienza costruita sopra Nizza; e l’Istituto Weizmann in Israele. Fu lì che Rocca chiese ai responsabili di poter avere copia del loro statuto, qualcosa che spiegasse come si governava una tale istituzione. La risposta era, insieme, una battuta e un manifesto: «Noi al Weizmann abbiamo una sola regola: cercare di richiamare qui i migliori cervelli del mondo e lasciarli lavorare».

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L’uomo che portava i fisici in barca

Era esattamente quella la bussola che Paolo Budinich aveva già in mano. Fisico, marinaio, uomo di Lussino che aveva fatto di Trieste la sua città con la stessa intensità con cui aveva fatto suoi i mari dell’Adriatico, Budinich era il grande architetto di quel decreto. Aveva già co-fondato con il Nobel pakistano Abdus Salam il Centro internazionale di Fisica teorica di Miramare, portando a Trieste scienziati da ogni latitudine.

La Sissa doveva nascere in simbiosi con quell’istituzione, condividendone l’eccellenza e l’apertura al mondo. Claudio Magris, che lo conobbe bene, scrisse di lui che era «uomo di frontiera» nel senso più pieno: la frontiera che unisce, non quella che divide. Budinich vedeva se stesso come Ulisse – non a caso la nave citata dai versi di Dante è il simbolo della Sissa ancora oggi – e la sua arte stava nel convincere le persone giuste a seguirlo, una per una, con pazienza e visione. Quando voleva che qualcuno fosse suo amico, ricorda chi lo frequentò, lo portava in barca.

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Una battaglia lunga un decennio

La macchina però non si metteva in moto da sola. Anzellotti descrive una battaglia politica logorante: veti incrociati, lottizzazioni paralizzanti, assessori che chiedevano ansiosamente «dove sono le ricadute?» e una stampa locale non sempre benevola. Non fu facile tenere la barra dritta. Le pressioni per ridurre l’Area a uno strumento di politica industriale ordinaria furono continue, e Anzellotti le respinse una per una. «Il denaro pubblico non va disperso in interventi a pioggia o di carattere assistenziale», scrisse rispondendo ai critici nel 1985, «ma concentrato su attività veramente innovative, capaci di suscitare nuove iniziative. Per ottenere questo ci vogliono determinazione, chiarezza di idee, integrità intellettuale. Io non conosco scorciatoie».

Cinquant’anni dopo

Cinquant’anni dopo il terremoto, quelle istituzioni ci sono ancora. La Sissa ha conferito il dottorato a oltre 1.300 ricercatori provenienti da ogni angolo del mondo. Area Science Park è il più grande parco tecnologico d’Italia.

L’Università di Udine ha restituito al Friuli una presenza accademica che mancava da sempre, formando generazioni di studenti che non hanno più dovuto fare le valigie per studiare. Da una notte di maggio, attraverso il dolore e la generosità di un popolo e la visione ostinata di pochi uomini, era germogliata un’idea di futuro che dura ancora.

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