VIVA I BAMBOCCIONI

Non cambieremo la nostra idea di fondo: Tommaso Padoa-Schioppa resta un «patriota» e tuttavia la sua recente affermazione sui «bamboccioni» davvero non è delle più felici, anzi è sbagliata nel merito, nella forma e nelle conseguenze politiche che innesta. Incominciamo da queste ultime. Non si era neanche spento l'eco delle sue parole che celebrati campioni della sinistra pura e della destra (pura e impura), gente di un'età compresa fra i 45 e i 65 anni - si sono messi a strepitare in difesa dei «nostri ragazzi».


Chi sono questi? Sono i ”ragazzi” di ieri, quelli che negli anni Settanta-Ottanta erano dei giovanissimi ”apprendisti” o delle ”promettenti seconde file” delle classi dirigenti di allora. Non avevano ”potere”, non avevano ancora ”ruoli” di rilievo nel governo della cosa pubblica e si limitavano a guardare in silenzio i ”padri della Patria” mentre dilapidavano il capitale sociale del paese. Quando poi negli anni novanta questi giovanotti sono diventati uomini maturi e hanno ereditato il deficit dei loro ”padri” (83,5 miliardi di interessi passivi da versare e 68,4 miliardi di euro per mandare la gente in pensione a 57 anni, il tutto pari al 33% delle spese dello Stato), hanno pensato bene di ”ingessarlo”, hanno fatto il possibile perché tutto restasse immobile e perché fossero i ”bamboccioni” a farsi carico del buco creato dai nonni e mantenuto dai padri.


E i ”bamboccioni” pagano: il 59% vive con i genitori fino ai 35 anni (in Germania è il 16,5%), il 40% appena dei 20-25enni ha un posto di lavoro. Insieme a loro siamo insorti tutti noi, padri, madri, nonni e nonne, pronti a toglierci il pane di bocca per i ”nostri” figli e del tutto insensibili nei fatti ai figli degli ”altri”; pronti - in nome dei diritti acquisiti, del ”mercato”, delle legittime rendite o più semplicemente della paura del futuro che ci attanaglia - a bocciare qualsiasi timido tentativo di raddrizzare la baracca. Passiamo alla forma. Non si dice ”bamboccioni”, ha un sapore vagamente ”romano” e ho la sensazione che si usi nelle famiglie ”bene”: posso quasi sentire i genitori di Lapo definirlo ”bamboccione”, faccio fatica a immaginare un tassista, un operaio, una commessa o un insegnante, chiamare così il proprio figlio di 25 anni.


Magari sotterraneamente rimproverano alla loro creatura di non darsi da fare abbastanza, magari usano un termine anche più ruvido, ma quella parola non la ritrovo sulla loro bocca. Appartiene ad un altro milieu, ad un altro ambiente, alla cosiddetta ”upper-class” e chi lo usa tradisce una mancanza di contaminazione con il mondo dei ”normali”, di quella umanità italiana che premia i reality show, ma sa anche affollare le mostre d'arte, i festival della cultura e del cinema. Chiudiamo con i contenuti e con un ricordo. La prima casa mi capitò di affittarla nel 1970 insieme a tre altri amici: facevamo ancora le superiori ed eravamo tutti figli di poveri diavoli. Ricordo di aver allegramente alternato ”ozio” e lavoro, bastava poco per cavarsela e il lavoro te lo buttavano dietro. Ricordo infine che benché avessimo frequentato una scuola di serie B e fossimo degli autentici ”scioperati”, ce la siamo cavata tutti egregiamente e annoveriamo nelle nostre file, professori, interpreti, dirigenti, imprenditori, direttori di banca.


Eppure ve lo garantisco - usando un eufemismo caro al nostro elegante ex presidente del Consiglio (che Dio lo mantenga sempre ex) - eravamo abbastanza ”coglioni”. Evidentemente il merito andava ad un contesto sociale vastamente più accogliente di quello attuale e a una ”mobilità sociale” effettiva. Di tutto ciò resta poca traccia e la colpa caro Tommaso, non è certo dei ”bamboccioni”.

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