WALL STREET, INCOGNITA ASIA
È ancora presto per dire se si è trattato di un semplice temporale d'agosto oppure di una crisi di sistema. Ma una cosa è certa: il crollo di Wall Street, riverberatosi su tutte le maggiori piazze internazionali, non è frutto del caso. È invece la conseguenza di precise e ben ponderate scelte di politica economica. Prese alla Casa Bianca e sostenute dalla Federal Reserve. Che, come succede in tempi di stretta globalizzazione, hanno poi avuto ripercussioni nell'intero pianeta. Per capire cosa sta accadendo occorre fare un passo indietro, tornando alla recessione che aveva colpito l'America nel 2001. In quella circostanza George Bush, da poco eletto, aveva fatto approvare uno sgravio fiscale di ampie proporzioni per far ripartire i consumi che, oggettivamente, ha favorito i cittadini statunitensi più ricchi.
Nello stesso tempo la Fed guidata da Greenspan pilotava una robusta discesa dei tassi di interesse con modalità che non avevano precedenti in passato sino a toccare la soglia al ribasso dell'uno per cento. Come ha scritto sul "New York Times" Joseph Stiglitz, collaboratore di Clinton e Nobel per l'economia, il disegno ha funzionato, anche se in maniera sostanzialmente diversa rispetto alle regole di cui parlano i manuali. Di norma, infatti, bassi tassi di interesse stimolano le aziende a sottoscrivere prestiti per investire e, sempre di norma, a un maggiore indebitamento corrispondono "asset" più produttivi. In questo caso, però, gli investimenti non sono affatto cresciuti. È, invece, salito a dismisura l'indebitamento delle famiglia Usa in virtù dei famigerati mutui "subprime", concessi alle categorie meno abbienti e quindi con un elevato indice di rischio.
E proprio nel medesimo periodo i titoli pubblici americani, emessi per pompare benzina nel motore, sono per gran parte finiti in mani straniere, soprattutto asiatiche. Cina e India, infatti, possiedono ora una percentuale ragguardevole del debito pubblico di Washington e sono indirettamente in grado di decidere sull'andamento di Wall Street. Si tratta, come è facile comprendere, di una miscela perversa, potenzialmente esplosiva. In primo luogo perché la crisi di insolvenza di chi ha contratto i mutui ha messo in crisi il sistema bancario internazionale. Che aveva sfruttato l'occasione per piazzare sul mercato perversi derivati finanziari.
E poi perché qualcuno, probabilmente in Asia, ha colto la palla al balzo per pilotare verso il basso la discesa dei titoli quotati a Wall Street per poter acquisire sostanziose quote di aziende a prezzi favorevoli. Intanto la bolla immobiliare è scoppiata negli Stati Uniti e potrebbe fare altrettanto in Gran Bretagna (dove le case in media costano cinquecentomila euro, con punte stratosferiche a Londra), mentre molti proprietari degli immobili hanno scoperto che i loro mutui, contratti per finanziare altri consumi, erano più cari del valore delle loro abitazioni. Il paradosso di quanto accaduto negli ultimi giorni è che i fondamentali economici di tutti i Paesi coinvolti nella crisi delle Borse continuano ad essere solidi, la crescita resta robusta negli Usa come in Asia, mentre gli indici crollano.
Con il risultato di innescare un meccanismo perverso che penalizza i risparmiatori che investono in titoli (il "parco buoi", si diceva un tempo) e rende drammatico il quotidiano di chi, oltre l'Atlantico, ha scelto di ipotecare la casa per acquistare altri beni. Contemporaneamente in questa fase si arricchiscono gli speculatori, in particolare quelli orientali, che in virtù della liquidità di cui dispongono utilizzano l'opportunità offerta dai cali azionari per entrare nel mercato in attesa di una risalita che potrebbe non tardare. Anche in questo ambito, dunque, le scelte di George Bush si sono rivelate fallimentari.
Il film che stiamo vedendo è analogo a quello che venne proiettato nel corso degli anni Ottanta, all'epoca di Reagan, quando il capitalismo occidentale venne sconvolto da una razza di predatori che davano l'assalto a imprese con bilanci solidi con i soldi degli altri (banche, fondi di investimento e piccoli azionisti). In quella circostanza al gioco non parteciparono cinesi e indiani, ancora troppo deboli per recitare un ruolo da protagonisti. Ora, al contrario, sono gli asiatici ad avere in mano le carte più forti grazie alle decisioni improvvide della Casa Bianca. Quanto accadrà oggi alla riapertura delle Borse e nel corso della settimana offrirà preziosi indizi per capire se hanno deciso che i prezzi sono ormai convenienti per acquistare nuove quote o se, invece, gli indici devono ancora scendere prima della loro fisiologica e inevitabile risalita.
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