In laguna con Pennacchi: «Il vero alieno è l’uomo che ha tradito la natura»

L’attore protagonista dello spettacolo in tour in Friuli: «Ci sentiamo superiori e contribuiamo all’alterazione»

Gian Paolo Polesini

Il momento è delicato, come scriveva Niccolò Ammaniti, ma al tempo di quel libro (2012) si stava decisamente meglio. Ora la confusione ci attanaglia e servono guide sicure. L’Andrea Pennacchi pensiero include una discesa nel passato alla ricerca di personalità forti da ritrovare. «Sono stato accudito da maestri assoluti e comincerei dal regista Gigi Dall’Aglio, partendo da quello contemporaneo. Per trovarne altri devo scendere di secoli, per incontrare Omero e Shakespeare, ovvero i due grandi raccontastorie».

Con l’artista padovano, volto amato di “Propaganda Live” nonché il fedele vice ispettore Antonio Monte della serie “Petra” con Paola Cortellesi, la chiacchiera è profonda e indirizzata a un nuovo spettacolo che l’attore sta traghettando in giro per la Penisola: “Alieni in Laguna”, intercettato dall’Ert e in tour regionale. Ecco le date: mercoledì 21, a Spilimbergo; giovedì 22 a Talmassons; sabato 24 a Precenicco; domenica 25 a Polcenigo. Orario d’inizio: alle 20.45. Andrea tornerà in Friuli sabato 14 febbraio all’Auditorium Concordia di Pordenone, sotto il segno di “Scoppio Spettacoli”.

Impugniamo la barra del timone dello show per cogliere concetti, metafore, sfumature e quant’altro serva per navigare confortati da un’adeguata conoscenza.

Spiega Pennacchi: «La genesi è presto detta. Ci eravamo imposti la leggerezza come fil rouge per affrontare il rapporto fra esseri umani e animali, utilizzando l’immaginario delle “creature aliene”, e cito il granchio blu e il gambero killer. Che poi ‘sti aggettivi… vabbé. Pur mantenendo un tono accessibile, il lavoro è approdato a una riflessione più profonda e poetica, quasi involontaria, che accompagna lo spettatore a casa con riflessioni critiche, senza scivolare nel sermone».

E se il palco diventasse una laguna immaginaria? E così avverrà. Non ci sarebbe da ridere, però dobbiamo pur continuare a vivere, o no? E per far sì che il quotidiano non ci travolga, è bene sorriderci sopra. Anche affrontando tematiche complesse, l’ironia aiuta la digestione di certi mattoni che si fermano sulla bocca dello stomaco. Musica e suoni della natura si avvinghieranno in un tutt’uno, facendo vivere all’umano in platea sensazioni coinvolgenti.

«Quando delle persone escono di casa e vengono appositamente a trovarti, devi dare loro molto di più del mero intrattenimento, perché quello lo trovano già sul telefonino», spiega Pennacchi. «L’artista deve concentrarsi su un argomento arricchente, soprattutto ora che stiamo perdendo il senso delle esperienze collettive perché l’individualismo è dominante. La relazione sotto il palco potrebbe dare una mano per uscire dalla bolla dentro la quale respiriamo un po’ tutti».

Poi è inevitabile che il ragionamento si prenda spazi di manovra diversi e non è difficile planare su un’analisi di un presente quasi compromesso, con pochi spiragli di ottimismo, benché qualcuno ci sia. «Umanamente sto vivendo i giorni con spavento e con quel giusto smarrimento, credo al pari di milioni e milioni di abitanti del pianeta. Se il punto di vista è artistico — dice Pennacchi — riconosco che un’era confusa solitamente favorisce il nostro habitat perché permette ai saltimbanchi di diventare presidio di relazioni, si diceva, e di narrazioni. Insisto: la capacità di ragionare per storie e di rispecchiarsi negli altri è parte essenziale e va coltivata attraverso pratiche culturali di gruppo».

Riavviciniamoci ad “Alieni in Laguna”. «Senza spoilerare, la conclusione ribalta la prospettiva: il vero alieno è proprio l’essere umano. La laguna diventa metafora della Terra in una fase della sua esistenza, evidenziando come l’uomo, sentendosi esterno e superiore alla Natura, abbia tradito la sua appartenenza al sistema vivente, contribuendo all’alterazione e alla mancanza di rispetto verso l’ambiente e verso sé stesso».

Il dialogo conclusivo confluisce in un episodio di un romanzo firmato Cormac McCarthy per richiamare l’immagine di un abbeveratoio scolpito per chi verrà dopo: un gesto di cura e di fatica destinato al futuro. «La metafora - spiega Andrea Pennacchi — incarna l’etica di creare opere per la collettività e per il futuro, un compito oggi reso più difficile dalla solitudine e dall’individualismo, ma assolutamente necessario». 

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