Bianca, vent’anni in colpa per la morte della sorella

“Il valore affettivo” di Nicoletta Verna, menzione al Premio Calvino. Un romanzo familiare tinto di giallo
Mary Barbara Tolusso
Two sad women hugging and comforting each other
Two sad women hugging and comforting each other



C’è qualcosa di insondabile ne “Il valore affettivo” (Einaudi, pag. 296, euro 18) primo romanzo di Nicoletta Verna, che ha già meritato la Menzione Speciale del Premio Calvino 2020. Un esordio importante, capace di dimostrare una grande versatilità di scrittura, un romanzo familiare in grado di virare anche al thriller. La protagonista è Bianca Lombardi, giovane donna ora maritata con un cardio chirurgo di successo. Ha anche un passato di starletta televisiva, infine abbandonato per conquistare una maggiore stabilità. E appunto la stabilità è ciò che manca a Bianca, anche se sa nascondere i suoi disturbi mentali, come la ricerca ossessiva compulsiva dell’ordine. Non poche volte la troveremo in mezzo ai più immondi cassonetti per dare un ordine pure ai rifiuti. Di mestiere Bianca sbobina interviste per ricerche di mercato, e qui la vena ironica non manca. Nel frattempo cerca di avere un figlio, anche se le possibilità sono praticamente inesistenti. Ciò che conta nella vita di Bianca però è accaduto prima, quando aveva solo otto anni, la tragica scomparsa della sorella, Stella, a causa di un incidente di cui Bianca crede di essere la causa. Lo crederà per vent’anni e sono proprio quei vent’anni che l’autrice ci racconta.

Di carne al fuoco ce n’è parecchia: dal senso di colpa al consumismo più spietato, dal carrierismo sempre giustificato all’incapacità di gestire le relazioni amicali o sentimentali che siano. Dentro troviamo anche qualche stereotipo fiabesco, qualche metafora per evocare il senso di colpa, e purtroppo anche molteplici sofferenze animali per alimentare facili scosse emotive, cosa questa di cui forse non c’era bisogno. O forse sì. Perché appunto “Il valore affettivo” prevede tutti gli elementi per raccontare una bella storia, ma la sensazione è che sia scorrevolmente artificioso, ideato senza un autentico sentire, un buonissimo romanzo poco letterario, anche se pare ci sia quella precisa ambizione. Ciò non toglie che Verna sia dotata di grande talento tecnico, si capisce anche dalla facilità con cui conduce il lettore avanti e indietro nel tempo senza mai farlo perdere. D’altra parte l’autrice ha insegnato Teorie e tecniche della comunicazione, oltre a occuparsi di comunicazione e web marketing nel settore editoriale. Un ottimo esordio, già riconosciuto, una bella storia, una buona scrittura, anche se quel congelamento emotivo di cui si narra e da cui molti sono narrati (chi per difendersi non ha talvolta praticato distacco?) si perde un po’ in qualcosa di calcolato, di apparentemente sofferto. —

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