Cigni Selvaggi, Fumettibrutti racconta la verità di un corpo che cambia

La disegnatrice firma il suo primo romanzo e si racconta attraverso la storia di Teresa, una ragazza trans: «L’ostacolo resta il giudizio sociale. La felicità? È invasiva». Il 6 ottobre alla Casa della Musica la presentazione

Mary B. Tolusso
Fumettibrutti, nome d’arte di Josephine Yole Signorelli, fotografata da Klaus Ranger
Fumettibrutti, nome d’arte di Josephine Yole Signorelli, fotografata da Klaus Ranger

Il titolo contiene già una dichiarazione di poetica. Il cigno, nell’immaginario comune, è l’animale della grazia, dell’eleganza e della trasformazione. Ma quello di Fumettibrutti è un cigno che non si lascia addomesticare: selvaggio. “Cigni selvaggi” (Feltrinelli, pag. 176, euro 17) è il romanzo d’esordio di Fumettibrutti, nome d’arte di Josephine Yole Signorelli, dove Yole si racconta attraverso la storia di una ragazza trans siciliana, sostenuta da una scrittura di rara matericità. D’altra parte Signorelli, una delle più quotate fumettiste italiane, aveva già rivelato la sua vena narrativa se ricordiamo il titolo del suo primo albo: “Romanzo esplicito”. Fumettibrutti sarà a Trieste il 6 ottobre, ospite del Festival “La Barcolana. Un mare di racconti” (Casa della Musica, alle 19.15), diretto da Alessandro Mezzena Lona.

Ma che cosa significa raccontare un corpo che cambia?

«Significa avere il coraggio di raccontare l’adolescenza e quindi tutti i corpi che si trasformano. Molti ragazzi e ragazze vivono questo periodo in modo conflittuale perché non capiscono che sta succedendo. Nel caso di una persona transgender la difficoltà non è tanto la trasformazione quanto il contesto sociale. Teresa, la mia protagonista, nonostante sia già in transizione non lo dice perché la società, appunto, fa in modo che tu lo nasconda».

La sua narrativa sta tra confessione e invenzione, soprattutto ci fa capire come noi siamo il risultato dello sguardo altrui. Ma qual è il limite? Quando è necessario dire “no” alla normalizzazione che la società tende a imporre?

«Nel caso di una persona in transizione va detto che negli ultimi anni è stata praticata un po’ più di accoglienza, ma c’è ancora molta strada da fare. Ricordo che quando ero bambina in tv compariva spesso Vladimir Luxuria, ex membro della Camera dei deputati, l’ho davvero ammirata per il suo coraggio, per il suo attivismo, ha aiutato molte persone. Nonostante ciò spesso veniva derisa, maltrattata e anche questa è stata un’esperienza forte perché avevo paura di subire lo stesso trattamento. Quindi ritardai il mio coming out perché le persone me lo stavano imponendo. Il problema è che la società deve cambiare, trasformarsi. Si deve dire di no quando un individuo che non fa male a nessuno, ha delle esigenze importanti, non capricci, bisogni per cui ne va della realizzazione del suo essere».

La sua protagonista dice di aver capito che era una ragazza già alle medie. Lei quando l’ha capito?

«Molto prima. Ma è sempre una questione di tessuto sociale, le persone non sanno ancora riconoscere e comprendere i segnali di un bambino transgender. Certo i medici ti seguono, ma ci sono ancora molte famiglie che soffrono per questo problema. Io l’avevo capito prima della pubertà ma allora non avrei saputo come comunicarlo perché non c’era neanche il contesto per dirlo. Ci sono segnali per cui comprendi di essere un bambino transgender che non sono quelli di giocare con la gonna della mamma».

Quali?

«Non sono una ricercatrice scientifica per cui non posso dare delle risposte più specifiche, posso solo dire che lo sapevo, nel profondo per me era normale sentirmi una bambina, era qualcosa di istintivo».

David Foster Wallace diceva che si fa letteratura quando si mostra ciò di cui ci si vergogna o si vorrebbe nascondere...

«Nei fumetti ho sempre scritto la verità, ma nella narrativa puoi rappresentare la verità in modo più sottile. Ho lavorato molto sulla mia scrittura prima di pubblicare questo romanzo, sia attraverso alcuni racconti sia grazie al mio editor. La storia che ho scritto mi convinceva perché mi permetteva – paradossalmente anche tramite la finzione – di raccontare cose importanti in maniera più esaustiva dei disegni».

Ma quanto è presente Fumettibrutti fumettista dentro Fumettibrutti scrittrice?

«Ci sono tre cose che dai fumetti ho portato nella scrittura: quando disegno o scrivo rileggo tutto a voce alta perché appunto devo sentire se il suono mi piace. Dovevo poi riuscire a travasare la dimensione del contrasto. Questa possibilità nel fumetto ha più facile gioco perché puoi inserire una didascalia che non c’entra con il disegno, cioè disegno e didascalia possono anche entrare in conflitto. Non è facile realizzare questo scontro di immagini con la sola scrittura, ma spero di esserci riuscita. Un’altra curiosità è che prima di scrivere le scene del romanzo le ho disegnate, questo perché il disegno è più istintivo e forse è l’elemento che ha reso la mia scrittura più fisica, materica».

Lei parla di trasformazioni, di desiderio, paura, fragilità e felicità, quest’ultima però sembra sempre uno stato provvisorio. È così?

«Credo che come tutti gli stati d’animo la felicità possa esserci solo in alcuni momenti, va e viene. Personalmente quello che cerco di difendere è invece la mia serenità. Nel romanzo mi interessa fare in modo che la felicità possa essere utilizzata per trasformare una realtà. Perché la felicità è invasiva e una volta che la metti in un contesto lo cambia completamente».

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