Dal comunismo jugoslavo al capitalismo mordi e fuggi nell’analisi spietata di Perišić

Nel poderoso romanzo “I prodigi della città di N”(Bottega Errante) l’autore nativo di Spalato analizza la difficile transizione economica e sociale dopo la dissoluzione della Federativa 

la recensione



Per capire come si vive nei Paesi della ex Jugoslavia a trent’anni dalla proclamazione di indipendenza di Slovenia e Croazia, che diede il colpo finale alla Federativa, già minata dal presidente serbo Slobodan Milošević, bisogna leggere il poderoso romanzo di Robert PerišićI prodigi della città di N.” (Bottega Errante Edizioni, 465 pagine, euro 18). Un libro impegnativo in cui Perišić dimostra una maturità espressiva eccezionale, capace di dominare più moduli narrativi, alla Joyce, perché ogni capitolo si apre in modo diverso, che va dal realismo quasi cronachistico al surreale. Come Joyce l’autore inventa pure termini nuovi come “poveraglia” e “comunistardo”. Una sfida per la traduttrice Elvira Mujčić, ben riuscita. È cronaca il racconto del paesaggio, che scorre lungo la strada che porta alla città di N., con i segni della guerra e del degrado: case con i fori dei proiettili, cumuli di sacchetti e bottiglie di plastica. Racconto che ricorda molto il viaggio da Zagabria alla natia Sarajevo di Karlo Adum, il protagonista di “Freelander” di Miljenko Jergović. E cronaca la corriera che li precede piena di ragazzi in gita scolastica. È cronaca la descrizione della fabbrica e dei suoi operai. Sono surreali molti altri momenti, soprattutto quando i due protagonisti nei loro flussi di coscienza, mettono a nudo se stessi, i loro sogni, i loro desideri, le loro paure.

Robert Perišić, nato nel ’69 a Spalato, ha solo vent’anni quando la Jugoslavia si disintegra e assume da subito posizione contro la guerra. Poeta e scrittore diventa famoso nel suo Paese nel 2007 con il romanzo “Il nostro uomo sul campo” in cui descrive la transizione della Croazia dal socialismo al capitalismo. E adesso prosegue la sua analisi con questo romanzo in cui, come scrive l’autorevole settimanale britannico, The Spectator, «esplora la ricerca di significato in un presunto mondo post-ideologico».

I protagonisti sono due “imprenditori”, fra virgolette, perché in realtà il più rampante dei due, Oleg, è un faccendiere che spesso scivola nell’illegalità. Gli tiene dietro con fatica, Nikola, figlio di un regista premiato a Venezia. Un privilegiato perché faceva parte della borghesia rossa; che sta ancora cercando se stesso.

L’iniziativa è di Oleg che vuole riaprire una fabbrica che produceva turbine nel periodo della Jugoslavia Paese leader dei Non Allineati, e vendeva i suoi prodotti nel terzo mondo. Oleg ha saputo che una turbina serve a un dittatore arabo, mai citato, ma si riconosce Gheddafi. Arrivano a N, città inventata, “da qualche parte tra Est e Ovest, dove due imperi si erano incontrati malvolentieri”, scrive Perišic alludendo agli imperi asburgico e ottomano. Oleg si conquista la fiducia degli operai attraverso Subotka, l’ingegnere in pensione che conosce bene la fabbrica. Un uomo senza speranze che nella devastazione del Paese ha perso moglie e figlie, partite per il Nord Europa e annega il dolore nell’alcol. Com’è senza speranze Slavko, l’ingegnere più brillante di quella vecchia impresa, impazzito dopo l’uccisione del figlio durante la guerra. Subotka riorganizza il lavoro, convince i colleghi, arruola pure Slavko.

La fabbrica risorge e gli operai sperano di rimettersi in piedi. Però non sanno che si tratta di un progetto mordi e fuggi: "Globalizzazione da manuale. Il capitale entra, prende quello che gli serve e se ne va" confessa a se stesso Nikola: costruita la turbina tutti a casa gli operai, e lui e Oleg via col malloppo. Ma non andrà così. Perišić crea un finale a sorpresa, che non rivelo perché il romanzo va letto fino all’ultima riga. Sarà una donna, Šeila, a trovare la soluzione. Dotata per la chimica non riuscirà a finire gli studi e si imbarcherà in una serie di storie amorose che le faranno conoscere il mondo e, soprattutto, la mentalità capitalistica, rappresentata da Michael, l’americano di colore che vive il suo essere un manager con sensi di colpa.

Il romanzo di Perišić è ricchissimo di spunti: il confronto tra il comunismo jugoslavo e la situazione attuale: con tutti i suoi difetti, il regime assicurava il diritto allo studio, sottolinea il padre di Nikola, il regista premiato a Venezia, e spiega: “L’élite comunista era acqua fresca rispetto a quella che si sta formando ora con questi nuovi e quelli vecchi che hanno cambiato bandiera”. Vogliono arricchirsi subito. E pure la cucina, nota invece Oleg, è “diventata strumento culturale della nuova classe”.

E poi la differenza della Jugoslavia dagli altri Paesi comunisti che Šeila riscontra quando vive per un periodo a Tbilisi nella Georgia ex sovietica, rendendosi conto degli spazi di libertà goduti nel Paese cancellato dalle carte geografiche.

Tutti i personaggi sono dei naufraghi della defunta Jugoslavia, anche gli amori, abilmente descritti, di Oleg con Lipša, di Nikola con Šeila, sono amori disperati di persone che non hanno più radici.

Nel grande affresco che Perišić dipinge di questa nostra società malata entrano le riflessioni sulle tecnologie che ci hanno cambiato la vita: pensate a come ci sentiamo vulnerabili quando sul telefonino non vediamo più le tacche, non c’è più campo. Non a caso il titolo originale del libro è “Područje bez signala” (zona senza campo). E ancora pensate che potremmo venir uccisi da un drone manovrato da qualcuno che sta dietro una scrivania a migliaia di chilometri di distanza e non ha la minima idea di chi siamo. —

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