Dalla perduta stazione delle corriere a Trieste l’itinerario a zig zag verso la frontiera spaesata

Esce per le Edizioni Exòrma il volume di Giuseppe A. Samonà, una guida-manuale-saggio per un viaggio a piedi o in bus alle porte dei Balcani 
Lasorte Trieste 23/05/08 - Silos - Stazione Bus -
Lasorte Trieste 23/05/08 - Silos - Stazione Bus -

la recensione



Perdersi in una stazione di autobus che non sembra una stazione di autobus, perché gli automezzi non si vedono e perché è difficile pure trovare la biglietteria tra negozietti di cianfrusaglie e vetrine vuote. Perdersi finché una porta, anch’essa seminascosta, non si apre su un vasto ambiente dove gli autobus ci sono, sotto le arcate del Silos, simbolo della Trieste mercantile. Una scena surreale quella descritta in “La frontiera spaesata” da Giuseppe A. Samonà (Edizioni Exòrma, 302 pagine, 16 euro). Il sottotitolo “Un viaggio alle porte dei Balcani” non deve trarre in inganno, perché non è una guida turistica, come avverte lo stesso autore in una post-fazione, che è anche un manuale per l’uso di questo volume.

Manuale quanto mai necessario perché se questo libro non è una guida, non è neanche un diario di viaggio, non è un romanzo, ma neanche un saggio. Questo sapido testo ricomprende tutti questi generi letterari, con pagine ricche di notizie, nozioni e suggestioni che vanno centellinate come un bicchiere di buon vino. È il classico libro di meditazione, quello che si porta con sé quando si viaggia, certo, ma che si può tenere sul comodino di casa e sfogliare quando un’idea, una curiosità ci attraversa il cervello.

È un libro che consiglio ai miei concittadini, ai triestini, perché Giuseppe A. Samonà conosce e ama sinceramente la città, l’ha capita e ci ha capiti. L’incipit lo spiega: “La porta. La frontiera. La città del non e della nostalgia, o della lontananza. Non Austria, non Ungheria, non Italia, non Slovenia, non Serbia o Croazia, e un poco, o anche molto, in proporzioni e con propensioni diverse, di tutte queste culture, desiderio voltato all’indietro di quando appartenevano a uno stesso universo, di cui lei, Trieste, era l’unico sbocco sul mare”. E aggiunge che da Trieste “è entrata (in Italia) l’Europa che ci appartiene”.

La sua pluridecennale frequentazione e questo libro gli varrebbero il Sigillo trecentesco, ma sicuramente qualcuno avrebbe da ridire perché Samonà rifugge i luoghi comuni, rifugge gli ismi, da quello patriottico a quelli ideologici e si rifà alla storia e alla geografia accompagnando il lettore in visita con efficaci descrizioni dei luoghi e dei sentimenti che essi suscitano. Talvolta con accostamenti sorprendenti come quello tra la Ljubljanica e il Nilo. Suggestione che può sembrare bizzarra, e non è l’unica, ma che può venire soltanto a chi ha tanto viaggiato per tutto il mondo e coglie somiglianze e rimandi che gli “stanziali” non possono cogliere. Il tutto impreziosito dai giusti suggerimenti di lettura: sono sette le pagine in cui cita a fine libro gli autori e le opere da conoscere.

Analisi che vanno ben oltre il turismo e danno l’occasione per mettere il dito sulle piaghe di questi territori, spiegando l’inganno dei nazionalismi a partire dalla semantica, per trattare dell’esodo, o meglio degli esodi, dei tedeschi e degli slavi dopo la Grande Guerra, da Trieste e dalla Venezia Giulia e degli italiani dopo il secondo conflitto dall’Istria, “quell’Istria – scrive Samonà - di cui il nazionalismo fascista, fondandosi sui privilegi degli uni e l’oppressione degli altri, aveva definitivamente rotto fragili equilibri. Se ci si ferma ai torti subiti, senza porsi il problema dei torti subiti dagli altri, si avrà per forza una visione deformata della Storia”.

Ma prima che cominciate il viaggio, attenzione di come intendete farlo: dimenticatevi il mordi-e-fuggi, qui si viaggia a piedi, almeno per quel che si può, o in autobus, aspettando tranquilli alle fermate, si dorme dove si trova. Anche se ha una certa età, confessata nel testo, l’Autore e la sua misteriosa ma preziosa compagna, viaggiano come i ragazzi senza porsi limiti di tempo o di spazio. È il modo migliore per avvicinarsi a questa terra incognita, che è la nostra terra, quella dove viviamo. E i due lo fanno d’inverno quindi via dalla pazza folla che, specie nella bella stagione (non era ancora arrivato il coronavirus a sconvolgerci la vita), impedisce di vedere, consente soltanto distratti sguardi.

E neanche l’itinerario scelto è ordinato: prima si va in Istria, Pirano, Isola, Capodistria, Portorose, tutte citate nella doppia denominazione, italiana e slovena, poi all’interno della Slovenia, poi si torna indietro a Pola, poi si arriva a Zabagria.

Uno zigzagare che ha un suo senso e che spiega anche il titolo: “Si dovrebbe poi ricordare che frontiera e confine, come si è visto a più riprese, non sono sempre sinonimi l’uno dell’altra. Di fatto, in questo contesto particolare, la frontiera è ben più che un confine, una linea, un limite: è uno spazio disteso, fluido, dai contorni sfumati, in cui coabitano e si mescolano genti di diversi paesi. Una frontiera spaesata appunto, nel senso di un paese che non è un paese ma molti, un caleidoscopio di lingue e culture, la cui reciproca contaminazione, vorrebbe da dire, non infetta…”.

Una contaminazione che ci ha arricchito, questo dovremmo capire, perché Trieste è il filo rosso che conduce il viaggiatore all’ingresso di quei Balcani che sono sempre più in là, fino a che quando chiedi per l’ennesima volta, “Dove sono i Balcani”, ti invitano a guardarti indietro. Terre che sono un “groviglio di memorie”, in cui “bellezza e dolore sono avvinghiate l’una all’altra”, luoghi che potrebbero diventare il laboratorio di una nuova Europa. I tanti suggerimenti culturali che Samonà propone (leggetevi in appendice i titoli) hanno questo scopo. Che bello se avesse ragione. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Il Piccolo