E i giovani dicono che l’Islam non è solo terrorismo

GORIZIA. L’Islam? Una religione che non ha una un’autorità centrale ed è quindi vulnerabile alle contestazioni interne, una realtà frammentata e complessa che l’Occidente fatica a mettere a fuoco, mentre proprio dai giovani islamisti arriva un richiamo al rispetto del credo e delle culture per superare i pregiudizi. Mentre il mondo guarda con angoscia alle stragi e alle distruzione dell’Isis in Siria, uno dei temi portanti di èStoria è proprio la riflessione sui rischi di uno scontro di civiltà, sulle reazioni al terrorismo e la via da seguire per le nuove generazioni. Se n’è parlato ieri alla Tenda Giovani di èStoria nell’ambito dell’incontro “Charlie Hebdo: je suis...?”, organizzato a cura di un gruppo di associazioni studentesche come Francophonie, The European Law Student’s Association e Aegee, il forum degli studenti europei. Giovani a confronto su temi enormi, dunque, verso i quali hanno dimostrato di avere le idee piuttosto chiare. Come Diego Abenante, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici all’Università di Trieste, che ha sottolineato la difficoltà per tanti occidentali di comprendere la complessità dell’Islam, di cui si ha erroneamente «un’idea essenzialista», che non tiene conto del fatto di quanto «alcuni elementi di credo siano stati letti e interpretati in tanti modi nel corso nei secoli», mancando un’autorità centrale come nella Chiesa cattolica. Il colonialismo - ha spiegato Abenante - ha messo in crisi il sistema che affidava la guida spirituale degli islamici a poche famiglie, e dai primi del Novevento la critica al vecchio sistema, legata alla ricerca di nuove leadership, ha portato all’interpretazione ideologizzata del Corano e alla nascita dei movimenti fondamentalisti. Una frammentazione d’autorità che si è acuita nel corso del Novecento e che ha trovato terreno fertilissimo nell’attuale crisi politica dei regimi mediorientali.
Ma anche di fronte ad alcuni nodi dello scontro fra culture - come la libertà di espressione e di satira - l’Occidente per primo fatica trovare un indirizzo comune. Lo ha spiegato il giovane giurista Kevin De Sabbata, che è partito proprio dall’attentato di Charlie Hebdo per illustrare come le varie giurisprudenze, da quella italiana a quella francese e inglese, interpretino in modo molto diverso limiti e contenuti della libertà di espressione, tanto che, detta in poche parole, a livello di Unione europea il criterio limite si riassume nella morale, una semplificazione che alla fine fa sì che «i giudici brancolano nel buio». La soluzione? Secondo Christopher Khouri di Aegee, bisogna «superare la paura dell’altro» guardando alla storia, che aiuta «a imparare dagli sbagli del passato, a gestire il presente e permette di costruire un futuro».
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