I cento anni di Teddy Reno, la voce simbolo della Trieste pop
Cantante, showman, produttore di fama internazionale: il mulo Ferruccio festeggia un secolo di vita

Il vitale centenario di una leggenda dello spettacolo e del costume italiano, e allo stesso tempo di una leggenda molto triestina, scocca oggi. È nato infatti l’11 luglio 1926 Ferruccio Merk Ricordi, alias Teddy Reno, cantante, produttore discografico, attore, showman, talent-scout. Ma per i triestini soprattutto simbolo dell’anima pop (o forse meglio, “mulona”) di questa città. Non quindi la Trieste mitizzata e paludata della letteratura e della poesia, ma quella - sorta nel libero dopoguerra - scanzonata e un po’ ribalda dell’entertainment, della musica leggera, del teatro di rivista, dello sport, che ha regalato all’Italia valenti cantanti, musicisti, attori di cinema e mass-media, caratteristi, presentatori, allenatori, calciatori, pugili.
Incarnazione esemplare di questo proverbiale vitalismo locale, Teddy (Ferruccio) festeggia oggi in famiglia il suo speciale compleanno, nella tranquillità di Lattecaldo in Canton Ticino, dove da oltre mezzo secolo ha ottenuto la cittadinanza svizzera. Lì sarà con i figli, i nipoti e la moglie, la popolarissima Rita Pavone, che Teddy ha scoperto nel 1962 al Festival degli sconosciuti di Ariccia da lui inventato. L’ha sposata con rito religioso nel 1968 in Svizzera, fra le polemiche per la differenza di vent’anni d’età e perché era separato dalla moglie Vania Protti, da cui otterrà il divorzio con la legge del 1971.
Ma la sua carriera infinita era iniziata ben prima nella Trieste “americana” del dopoguerra, in quella città singolare amministrata dal Governo Militare Alleato, contesa fra i due blocchi della nascente Guerra fredda. Una Trieste occupata e delusa, ma anche molto “swinging”, dove venivano apposta chiamati grandi testimonial dello spettacolo occidentale, da Louis Armstrong a Totò. Un ambiente stimolante che di fatto accelerava nei giovani sogni e ambizioni.
«Mi esibivo ogni giorno al piano bar dell’Hotel de la Ville, insieme a Lelio Luttazzi – ricordava al “Piccolo” qualche anno fa -. Venne da me il colonnello Jakobson, che era il potente direttore americano di Radio Trieste, e mi disse: “Col tuo vero nome non farai mai carriera. Gli americani non sanno pronunciare Ferruccio Merk Ricordi, devi trovartene un altro”. Mi ricordai della città di Reno negli Stati Uniti, popolare perché era la capitale dei divorzi. Un nome breve che andava bene anche in Europa perché c’è il fiume. Aggiunsi Teddy in omaggio al direttore d’orchestra Teddy Foster e mi proposi così a Jakobson. “Great!”, disse lui, e da allora mi chiamai Teddy Reno».
I suoi inizi radiofonici (anche con lo pseudonimo Ricky Raymond, come ha ricordato Roberto Curci) sono stati da cantante melodico, con brani ispirati innanzitutto al coté locale, dal primo “Eterno ritornello (Te vojo ben)”, al classico “Trieste mia” fino a “Muleta mia”, scritta nel 1948 dall’amico Luttazzi. Ma la sua versatilità (e il mimetismo di confine tipicamente triestino) lo aveva spinto più tardi a farsi eccellente interprete della canzone napoletana, con cavalli di battaglia come “Aggio perduto o' suonno”, “Na voce, na chitarra e o' poco e' luna”, “Chella llà”.
Proprio alla naturalezza nella pronuncia partenopea si deve la partecipazione a tre film col grande Totò dal 1956. «Ero in tournée negli Stati Uniti – ricordava sempre al “Piccolo” - e ricevetti una telefonata: “Guarda che Totò ti vuole per girare un film”. Troncai ogni impegno e presi il primo aereo per l’Italia. Il film era “Totò, Peppino e la… malafemmina”. Il principe si era preso una cotta per me sentendomi cantare in napoletano. Nel film interpreto “Chella llà” e la meravigliosa “Malafemmina”, che Totò aveva scritto pensando a Silvana Pampanini, suo grande amore non corrisposto».
Teddy è arrivato anche due volte secondo e due volte terzo a Sanremo, ma il mestiere in cui ha avuto davvero pochi rivali è stato quello dello scopritore di talenti. «Faccio il talent-scout da sempre – diceva a questo giornale –. Da quando il primo gennaio del 1948 lasciai a Trieste e andai con Luttazzi a Milano, a fondare la Compagnia Generale del Disco (CGD), che si rivelò il successo giovane del dopoguerra, con cui lanciammo Johnny Dorelli, Betty Curtis, Jula De Palma. Poi col Festival degli sconosciuti lanciai Rita Pavone, Dino, i Rokes, Mal, Marcella Bella e Claudio Baglioni».
Ma il primissimo talento che Teddy Reno aveva fatto sbocciare era stato proprio Luttazzi, a cui da un giorno all’altro a Trieste aveva appunto proposto di seguirlo nella sua avventura musicale nazionale: “Lelio, te vien con mi a zercar fortuna a Milan?”. Luttazzi accetta e diventa il suo pianista arrangiatore, prima di imporsi a sua volta come protagonista dello spettacolo.
Teddy si è dedicato anche alla rivista (“L’adorabile Giulio” di Garinei e Giovannini), ma è nel cinema che si è divertito di più. Oltre alle pellicole con Totò, è stato interprete di spicco negli anni ’60 dei primi musicarelli, film con i cantanti che, come lui, avevano avuto successo a Sanremo. Partecipa così a Sanremo – La grande sfida, “I Teddy Boys della canzone” e, con Rita Pavone, a due regie firmate da una giovane Lina Wertmüller, “Rita la zanzara” e “Non stuzzicate la zanzara”.
Di famiglia asburgica da parte di padre (l'ingegner Giorgio Merk von Merkenstein) e romana di ascendenza ebraica da parte di madre (Paola Sanguinetti), Teddy Reno è uno di quei triestini trapiantati altrove che, come diceva il suo amico Tullio Kezich, in realtà non se ne sono mai andati. E Teddy (il mulo Ferruccio), con le sue canzoni, è stato forse il simbolo più forte della nostalgia per questa città. «Sono sempre rimasto legato a Trieste – ha detto -. I miei figli mi dicono che sono fissato. Che volete farci, dopo tanto tempo continuo a parlar in triestin. E ogni volta che arrivo sulla Costiera, dopo Sistiana, mi prende il classico groppo in gola».
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