«Il cinema ci aiuta a capire questo tempo dell’oggi che ignora come sarà domani»

Alla guida della Mostra per l’undicesima volta, Alberto Barbera – diventato il direttore più longevo – non nasconde la soddisfazione per il cartellone di Venezia 76, «se non altro sulla carta». Dopo il festival di Cannes qualcuno aveva avanzato il dubbio che la selezione potesse essere ardua: il fatto che non sia stato così dimostra che di film buoni ce ne sono sempre. Basta saperli cercare, e saperli trovare.
Nuova linfa
«In realtà da un paio d’anni si è invertita la crisi, causata dal venir meno dei riferimenti classici, legati all’industria tradizionale» conferma il direttore. «Sono nati, in questi ultimi tempi, altri soggetti, che hanno portato nuova linfa». Chiaro il riferimento a Netflix e alle piattaforme digitali, verso le quali la Mostra targata Barbera non ha mai alzato muri ideologici. «L’abbondanza digitale porterà probabilmente, forse già l’anno prossimo, a consolidare i nuovi produttori attorno a qualche grande player. La prima conseguenza è che le grandi battaglie si svolgono sui contenuti e la qualità porta incentivi economici e di pubblico. Oggi assistiamo a una potente iniezione di miliardi a vantaggio di tutti, produttori internazionali ma anche cineasti che possono girare in estrema libertà, come mostrano il vincitore del 2018, “Roma” di Alfonso Cuarón, e “The Irishman” di Martin Scorsese».
La selezione è stata impegnativa: «Abbiamo visto circa 1900 lungometraggi e 1700 corti, mentre i film della VR sono stati meno poco di duecento». Il rimpianto è uno: «Per pochissimo non abbiamo potuto avere il film di Scorsese». Sarà al London Film Festival, il 13 ottobre, e poi su Netflix.
Stato di salute
La Mostra è sempre il momento in cui sondare lo stato di salute anche del cinema italiano: «Sta bene, ma non benissimo. Abbiamo visto 180 opere, la gran parte di qualità insoddisfacente. Ma non si deve generalizzare, c’è qualche inversione di tendenza, ci si prende più rischi, nascono i giovani talenti. Anche qui c’erano film non ancora pronti: “Pinocchio” di Garrone uscirà il 25 dicembre, Amelio e Moretti nel 2020. Però le nostre serie sono di grande qualità: “The New Pope” di Sorrentino e “Zerozerozero” di Sollima, o “We Are Who We Are” che Guadagnino sta girando a Padova per Hbo-Sky, mostrano che quando osa il cinema italiano è in grado di arrivare in alto».
Alla fine saranno una mezza dozzina le produzioni delle piattaforme: tre di Netflix, un paio di Sky e una di Amazon. E tra i temi di Venezia 76 ci sono la storia e il rapporto padri-figli: «C’è la tendenza nei registi di avvicinarsi al passato da storici, con un approccio filologico che va al di là del film storico tradizionale, offrendo una ricostruzione definitiva».
Si guarda al presente: «Il “J’accuse” di Roman Polanski richiama il tema della manipolazione delle informazioni e della corruzione» conferma Barbera. E aggiunge: «Il rapporto generazionale riflette il periodo di transizione nel quale viviamo. Il cinema cerca di capire come siamo passati dalle certezze di ieri a un oggi che ignora come sarà il domani».
Al femminile
Quanto alla presidente di giuria non è una scelta mainstream: al di là dei pochi film e della sua produzione scientifica (collabora anche col Moma), quello di Lucrecia Martel è un nome sconosciuto ai più. «In realtà a Hollywood il suo nome è molto noto. Avevo bisogno di una donna e ho pensato a lei che, oltre a essere stata in giuria a Cannes, ha una personalità forte, ma sa anche mediare. Avrà una giuria più ristretta, di sette membri, ma non meno tosta».
E poi, il lato pop: «Ci sarà di tutto, grandi star – Brad Pitt, Banderas, la Streep e la Cruz, Johnny Depp e tanti altri – e, speriamo, buoni film. E un finale scoppiettante: a parte la Ferragni, Roger Waters ha già detto che vuole incontrare il pubblico in un dibattito e Mick Jagger ha confermato la presenza alla chiusura». —
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