Il Gesù di Coetzee e l’enigma della morte chiudono la trilogia ma i quesiti restano

Esce per Einaudi l’ultimo volume sulla storia di David, orfano enigmatico e geniale. Un apologo in spazio e tempo indefiniti
24/09/06 ERREBI - PORDENONE - J.M. COETZEE - SCRITTORE - PREMIO NOBEL 2003
24/09/06 ERREBI - PORDENONE - J.M. COETZEE - SCRITTORE - PREMIO NOBEL 2003

SERGIA ADAMO

“Astratte ed esangui”: così vengono definite le storie che il bambino David racconta a una sua insegnante nell’ultimo romanzo di J.M. Coetzee, “La morte di Gesù” (Einaudi, 171 p., 18 euro). E forse astratte ed esangui possono sembrare le storie che lo stesso J.M. Coetzee sta raccontando da qualche anno attorno a questo peculiare personaggio, in una una trilogia iniziata nel 2013 con “L’infanzia di Gesù” e proseguita nel 2016 con “I giorni di scuola di Gesù”. E che si chiude ora, appunto, con questo ultimo capitolo, dove la parabola attesa del romanzo di formazione, di apertura verso l’età adulta e la vita, vira nell’esito inconsueto già annunciato dal titolo.

Perché la morte è certamente al centro di questo romanzo, come enigma tragico, di cui non si può venire a capo ma su cui non si possono che produrre domande, narrazioni, interpretazioni.

A morire, in questo caso, è lo stesso David, un bambino di dieci anni, profondamente enigmatico nella sua genialità, nel suo saper “danzare i numeri”, nel suo aver imparato a leggere da solo attraverso un solo libro, Don Chisciotte, ma anche nel suo essere, per esempio, un campione nel calcio e molto altro. Il passato di David, che viene qui solo evocato e che è stato raccontato nei due romanzi precedenti, è quello di un bambino senza genitori nell’altrettanto enigmatica città di Novilla, dove chiunque è, comunque, senza passato. Ma dove di David aveva deciso di prendersi cura l’adulto Simòn volendo diventare suo padre e trovandogli una madre in una donna di nome Ines. Si tratta di una famiglia? Un orfano può avere dei genitori? E chi è mai questo bambino geniale e impertinente che sembra ora il Gesù incontrollabile dei vangeli apocrifi, ora la risposta contemporanea alla domanda di Dostoevskij (“che cosa succederebbe se oggi Gesù si manifestasse tra gli esseri umani?”) ora un novello don Chisciotte dentro una finzione che moltiplica le sue cornici?

Nessuno dei volumi della trilogia dà una risposta a tutto questo, men che meno l’ultimo. E ha probabilmente ragione la quarta di copertina dell’edizione italiana nel dire che “Coetzee non ha intenzione di fornire risposte, ma di porre grandi domande”. Ma l’arte letteraria di porre grandi domande attraverso la finzione non si gioca soltanto sul terreno dei contenuti e delle questioni che vengono sollevate. E Coetzee dimostra qui, una di volta di più, di saperlo molto bene.

Tempo e spazio, come è già accaduto tante volte in altre sue opere, sono kafkianamente non detti, irrilevanti nella loro indefinitezza e perturbanti nel loro apparire come già conosciuti, già visti, già praticati. Lo sguardo attraverso cui tutta la vicenda è raccontata è quello di Simon, la cui focalizzazione non lascia spazio ad altre possibilità di racconto. E anche questa è una tecnica che J.M. Coetzee ha utilizzato tante volte in passato. Così come ha fatto con l’uso sistematico del presente, anche qui una vera e propria cifra nel tappeto della sua scrittura. Lo stesso poi si potrebbe dire della struttura dell’apologo, della fitta rete di riferimenti intertestuali attraverso cui prende forma la narrazione, in maniera più o meno esplicita, della violenza inscritta nella scrittura stessa.

Ma è vero che nel corso della trilogia è successo qualcosa nella scrittura di J.M. Coetzee. Vale la pena ricordare che questo ultimo volume è uscito prima in spagnolo, nel 2019, che in inglese, così come è accaduto nel 2018 con la raccolta di racconti “Siete cuentos morales” (“Bugie e altri racconti morali”, in italiano - che però erano già stati presentati in varie occasioni e che hanno riportato sulla scena l’alterego letterario di Coetzee, la scrittrice Elizabeth Costello). Come se lo scrittore volesse produrre dei turbamenti, introdurre degli elementi di vulnerabilità e precarietà sempre più evidenti nella sua stessa scrittura. Come se volesse portare alle estreme conseguenze quella tensione all’astrazione e quel bisogno di essenzialità esangue che continua, senza dubbio, a metterci a disagio, a disturbarci, a fare della sua lettura una scommessa con l’esperienza radicale dell’alterità irriducibile. —

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