L’irriverenza di bobe, legere e ciolte pel cul: ecco l’Insultario triestino-italiano
In edicola da sabato 3 ottobre con Il Piccolo l’Insultario triestino: una galleria divertita di modi di dire più o meno triviali e un tributo d’affetto allo spirito della città e al suo dialetto. Al centro del libro c’è l’offesa come motto di spirito

Diego Manna, triestino di nascita e autore di numerose pubblicazioni dedicate al territorio, partecipa alla fortunata collana degli insultari regionali di Editoriale Programma con l’Insultario triestino-italiano. Insulti, parolacce, imprecazioni, modi di dire poco gentili e vilipendi vari, in vendita da sabato 3 ottobre insieme al Piccolo (7,90 euro più il prezzo del quotidiano).
Ideatore anche di giochi da tavolo ispirati alla città, Manna conosce bene il versante ludico e irriverente dello spirito locale. Chi meglio di lui poteva cogliere l’anima di questo porto sull’Adriatico? Il suo sentiero si snoda con gusto divertito verso il triviale e lo scurrile. La lettura offre divertimento e autenticità: meno cattedra, più morbin, verrebbe da dire adottando la dichiarazione di metodo del libro. Manna della difesa della triestinità più verace e popolare ha fatto da anni un proprio cavallo di battaglia: da Monon Behavior a manifestazioni ormai entrate nel calendario estivo cittadino, come la Rampigada Santa e l’Olimpiade dele Clanfe.

Al centro di questo Insultario c’è l’offesa come motto di spirito, il Witz che non nasce sui banchi del liceo, ma magari al tornio di un apprendista meccanico, in officina, al bar o sul molo. L’insulto deve ledere il buon nome dell’offeso e, nello stesso tempo, mettere a nudo una sua caratteristica.
Non è forse un piccolo capolavoro di psicologia spiccia, ma terribilmente efficace? E qui torna utile una delle formule più felici del repertorio: c’è chi fa el mona per no pagar el dazio, finge cioè di non capire per cavarsela, dimostrando che persino la stupidità può diventare una strategia. Naturalmente non ci sono soltanto ingiurie: attraverso parole, imprecazioni e modi di dire affiora un’intera visione del mondo, ruvida, teatrale e spesso irresistibilmente comica.
Come non ricordare il successo della Boba de Borgo, la macchietta portata alla popolarità dagli sketch di Flavio Furian? Boba, Nel dialetto e nell’immaginario popolare triestino, indica un tipo umano di periferia: un bullo o “duro” di quartiere, dai modi grezzi, dal linguaggio triviale e dall’atteggiamento spaccone. Dopo la boba, sostanzialmente innocua, ci sono altre due figure, la legera e la tara, di cui Manna ne mette in luce caratteristiche e differenze con la boba.
Ma la lettura dell’Insultario, oltre a divertire, fa sorgere una domanda. Quanti dei termini raccolti da Manna sono ancora usati, e quanti lo saranno nei prossimi anni? La lingua cambia continuamente: è un organismo vivente, plasmato dai suoi parlanti. In un’epoca di migrazioni, anche il dialetto è destinato a trasformarsi. Quello che parlava Cecchelin, o che Grisancich metteva in poesia sessant’anni fa, non coincide più con il nostro.
E se nel Nordest la parlata dialettale resiste più che altrove, come reagirà alla generazione Z, che nelle chat scrive spesso in inglese? E che cosa accadrà con gli italiani di seconda o terza generazione, figli di genitori nati in altri paesi? La risposta è semplice: il dialetto non scomparirà se continuerà a essere usato. Insomma, Ciacole no fa fritole: non bastano le dichiarazioni d’amore, bisogna parlarlo.
Ma il dialetto resta la lingua dell’anima, soprattutto in una città come Trieste, dove per lungo tempo si è cercato di parlare italiano senza possederlo fino in fondo: convivevano il veneziano, il tedesco, le lingue della città e un italiano appreso sui libri, talvolta faticoso. Persino Svevo fu preso in giro per anni per la sua lingua: pardon, ciolto pel cul.
C’è chi come Stelio Mattioni, ha preso un termine dialettale come tululu e ne ha fatto il titolo di un libro. Ogni voce porta con sé un tono, una postura, una scena di strada: l’insulto non vive nel vocabolario astratto, ma nella voce e nel gesto di chi lo pronuncia. Esiste anche un gruppo Facebook, N.I.M.D.V.M., creato da un noto avvocato cittadino, che dietro l’acronimo nasconde un insulto bello tosto, e lo rivendica come uno stile di vita.
È un altro segno di come una formula dialettale possa trasformarsi in parola d’ordine, complicità e riconoscimento reciproco. La triestinità, del resto, non dovrebbe essere una reliquia da conservare sotto vetro, ma un’identità mobile, pronta a deformare, adottare e restituire le parole.
Un insultario, allora, non è soltanto un repertorio di villanie: è la fotografia, inevitabilmente provvisoria, di una lingua viva e di una città che continua a riconoscersi anche nel gusto tutto suo di prendersi, con feroce affetto, per i fondelli.
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