Il teologo Sylvain Detoc a Pordenonelegge: «Perché i cristiani sono tristi? Vi spiego la gioia del Vangelo»

Il docente dell'Angelicum riflette sul senso profondo del cristianesimo: «Abbiamo ridotto la fede a un pessimismo moralizzatore»

Mary B. Tolusso

Ma perché i cristiani sono spesso tristi? Se lo chiede il teologo Sylvain Detoc nel suo ultimo libro Dio è una festa” (Libreria Editrice Vaticana, pag. 128, euro 13.30).

Domenicano, teologo esperto dei Padri della Chiesa, Detoc sarà a Pordenonelegge il 18 settembre (ore 17, Spazio Banca 360 Fvg) in dialogo con Lorenzo Fazzini. Prima di prendere i voti insegnava letteratura alla Sorbona di Parigi, oggi è docente all’Angelicum di Roma. Dio è una festa, ma Detoc scrive che «nel Cristianesimo la festa spesso è sgonfia», perché?

«Esiste un grande scarto tra quello che proclama la Bibbia, quello che le nostre liturgie celebrano e quello che si percepisce nelle nostre assemblee ecclesiali – dice il teologo –. La festa? Ne parliamo molto in chiesa ma poi ne facciamo poca. Molti ostacoli ce lo impediscono: ostacoli culturali, che vietano di esprimere la gioia nella preghiera; ostacoli psicologici, che si insinuano nella sofferenza delle nostre vite; ostacoli dottrinali, quando riduciamo la fede della Chiesa a un pessimismo moralizzatore e dimentichiamo il fervore originale del Vangelo».

Quindi la gioia è davvero al centro della fede cristiana?

«Ma certo! È stato lo stesso papa Benedetto XVI a dirlo! Come ha insegnato san Paolo: “Gesù era morto, ora vive!”. Ecco la scintilla originaria del cristianesimo, quella che continua a illuminare e a riscaldare tanti cuori!».

Perché è passata invece di più l’immagine di una pratica cristiana fatta di divieti, obblighi e rinunce?

«La gioia della Pasqua non arriva all’improvviso! È stata come usurata da venti secoli di prove di ogni tipo. Il pessimismo che trasuda dalla nostra natura ferita riprende presto il sopravvento, anche tra i cristiani più ferventi. Tale ripiegamento è una tentazione. La gioia cristiana non è naturale, se vogliamo dirla con parole precise, è soprannaturale. Infiamma i nostri cuori quando si aprono all’invito gratuito di Gesù che ci dice: “Vi ho aperto le porte della Vita. Entrate nell’amore incondizionato di Dio. Lasciatevi stupire da questo amore”».

Nel libro compare anche il tema del peccato. Come si collega al tema della festa?

«I moralisti spesso non si fidano della festa. Vedono in essa un’occasione di peccato. Ma perché allora Gesù ha fatto così tanta festa da passare per “un mangione e un beone”, come riferisce il Vangelo di Matteo? E perché così tante parabole parlano della vita con Dio come di una festa, con canti e danze? Dunque, vi è la festa secondo il Vangelo e vi sono i suoi contrari, le sue scimmiottature, come ho evocato nel mio libro».

La nostra società sembra essere piena di spettacoli e occasioni di divertimento. Perché abbiamo ancora bisogno di riscoprire la festa?

«Siamo pieni di occasioni per divertirci. Ma così facendo facciamo davvero festa? Essere drogati dai nostri schermi digitali, per esempio, è la gioia perfetta? Essa è movimento, energia. Ma bisogna scendere più in profondità per trovare la sorgente di questa gioia. Ci mancano una spiritualità e una teologia della festa».

Nel suo libro lei parla a più riprese della cura e della tutela del corpo. Non crede che le istanze provenienti dal mondo laico relative alla questione della sofferenza e del fine vita dovrebbero ricevere maggiore ascolto da parte delle autorità ecclesiastiche?

«I progressi della tecnica ci conducono a inedite soglie dell’umanizzazione - o della disumanizzazione? La Chiesa non è un corpo che vive fuori dal tempo. I suoi membri sono immersi nella storia. Un tempo si poteva morire per una semplice infezione. E si dava meno importanza al benessere della persona, fisico, psichico, spirituale. Oggi abbiamo dei modi per alleviare la sofferenza. Questo è perfettamente legittimo agli occhi della Chiesa. Alleviare il dolore non dovrebbe portare a togliere la vita. Tutti coloro che curano i malati sono unanimi: un malato amato non domanda di morire. Lasciamoci interrogare su questo punto».

Qual è, secondo lei, il principale equivoco che i cristiani dovrebbero superare sulla felicità?

«I cristiani sono sempre stati tentati di opporre la creazione (la natura) e la salvezza (la grazia). Da un lato il Dio che crea, dall’altro colui che salva. Da un lato questo mondo corporeo votato alla corruzione; dall’altro la salvezza delle anime. Contro questo genere di deriva i Padri della Chiesa hanno dovuto spiegare che non c’è che un solo Dio il quale ha un solo disegno di amore per il mondo. Dio non è il nemico della nostra felicità, ne è la pienezza. “La grazia non distrugge la natura, essa la perfeziona”, diceva san Tommaso d’Aquino. Ebbene, dobbiamo passare dalla teoria alla pratica».

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