La pancia del piroscafo Vindobala diventa una tomba rovente per due giovani operai

il fatto
Pierpaolo martucci
Il 27 giugno 1893 “una folla straordinaria di gente invade i pressi, l’atrio, le scale e gli anditi del Tribunale”. La sala straripa, l’accusato di “crimine di uccisione e di grave lesione corporale” è Giuseppe Augusto Stainke, di 37 anni, “nostromo di macchina”. L’“uomo magro con baffetti biondi”, nativo di Breinkenstein nella Prussia, non parla italiano.
Trieste vive e cresce col porto e la navigazione, ma l’“orribile fatto” in giudizio ricorda certi racconti di Conrad e getta luce sul lato oscuro di questa realtà, sulle condizioni di vita nel ventre profondo dei piroscafi che attraccano. Tutto accade nella notte fra il 10 e l’11 aprile 1893 ed è descritto in cronaca dal Piccolo il 12 aprile.
Il 10 aprile il piroscafo-cisterna inglese Vindobala è alla fonda di fronte a San Sabba per manutenzione. Nel pomeriggio parecchi operai dell’officina Greenham salgono a bordo per scrostare una delle caldaie, spenta per questo, mentre l’altra è rimasta accesa. A tale compito sono destinati 6 apprendisti, tutti molto giovani, e un sorvegliante, tal Murnig.
Il lavoro è lungo e pesante e a tarda notte, come accade spesso, i giovanotti si sdraiano all’interno della caldaia “per riposare qualche poco”. Appena dopo le 4, Stainke, “secondo macchinista”, passa a controllare e batte sulla caldaia perché gli operai riprendano il lavoro. Ma gli operai “affranti dalla stanchezza” non si svegliano, neppure quando insiste. Stainke è “alquanto brillo”, pensa gli si manchi di rispetto, forse disprezza gli italiani. E cede a un’ispirazione diabolica: chiude uno degli sportelli della caldaia e, col poco di dialetto che conosce, esclama: “Mostri! Cussì magnè le giornade? Spetè!”
Poi, apre il rubinetto del condotto che convoglia acqua bollente dall’altra caldaia, rimasta accesa. Il getto rovente di acqua e vapore investe gli operai, due riescono a fuggire da un altro pertugio, gli altri rimangono intrappolati: chi non sviene subito per le tremende ustioni batte col martello per cercare di sfondare il boccaporto. Ma è inutile; anzi il sorvegliante Murnig, che implora il macchinista di fermare il getto e aprire lo sportello “fu dallo Stainke preso per il petto e sbattuto a terra”. Infine Murnig torna con un collega e riesce ad aprire la caldaia ma “oramai quegli infelici (…) giacevano sdraiati sui tubi nel fondo, più morti che vivi e furono estratti in uno stato raccappricciante”. Due - Sclemba e Ferluga - “erano orribilmente sfigurati, la carne loro cadeva a brandelli”. A quella vista “il malvagio Steinke si mise a ridere come un pazzo” e a minacciare gli altri operai “di rompere loro le gambe se avessero propalato che era stato lui ad aprire il rubinetto dell’acqua bollente”. Ma il giorno dopo, mandato a terra, Stainke viene arrestato.
Sclemba e Ferluga muoiono dopo un’atroce agonia, i due compagni sopravvivono con gravi lesioni.
Al processo, a fine giugno, il nostromo ha perso ogni arroganza: si presenta serio, rispettoso e “appare alquanto sofferente”. Tramite un interprete si dichiara comunque innocente, nega di aver aperto il rubinetto, afferma anzi di aver soccorso le vittime di quello che presenta come un incidente, dovuto alla negligenza di qualcun altro. Lui si è limitato a eseguire “gli ordini dei superiori”. Tuttavia la sua difesa è confusa, si contraddice. Fra i testimoni d’accusa, suona drammatico il “franco” racconto del più giovane fra i superstiti, un quindicenne: “el me rideva, el me beffava, el me minaziava”.
Tuttavia il 28 giugno la Corte d’Assise emette una sentenza incredibilmente mite: Stainke - che “scoppia in lacrime”- viene assolto dall’imputazione più grave e condannato a 18 mesi per “delitto contro la sicurezza della vita”. In pratica la tragedia è considerata l’esito non voluto di una punizione eccessiva. Così si chiude il processo al nostromo prussiano.
Ma in qualche modo, come in un romanzo di Conrad, il fantasma della colpa non lascerà il piroscafo inglese. Cinque anni dopo, nella notte del 27 dicembre 1898 il Vindobala, salpato da Rouen e diretto a Philadelphia, affonderà nel Nord Atlantico in tempesta. Il comandante e l’equipaggio, stremati e semicongelati, saranno salvati in extremis dal mercantile americano SS Paris. Solo un uomo mancherà all’appello, il carpentiere di bordo. Un prussiano.
(le precedenti cronache giudiziarie e di nera sono state pubblicate il 20 maggio e 10 marzo 2020, il 16 dicembre, 29 settembre, 28 aprile e 4 febbraio 2019 e il 25 settembre e 9 luglio 2018) —
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