Le tardive diserzioni al fronte dei reggimenti boemi e sloveni

Lo stesso principe Rodolfo aveva denunciato sotto pseudonimo sui giornali i punti deboli del sistema messo in crisi dai suoi vertici
Pl.s.

Non ci sono soltanto i “demoghèla“ del 97°, reggimento costituito da triestini, istriani, friulani, sloveni e croati del Litorale che avrebbero capitolato davanti al nemico a Leopoli. Uomini che la retorica nazionalista e fascista ha svergognato per celebrare i pochi (meno di duemila da Trieste e dal Trentino) che avevano disertato per unirsi agli italiani nel 1915, come Nazario Sauro, Scipio Slataper, Giani Stuparich. Un falso, denunciato dagli storici Roberto Todero nel suo “Dalla Galizia all’Isonzo, storia e storie dei soldati triestini nella Grande Guerra” (edito da Gaspari) e Lucio Fabi in “Viva il fascio e l’acqua calda” (edito da “Stampa e Storia”).

Ma ci sono pure i boemi come racconta Pieter M. Judson nel suo “L’impero asburgico. Una nuova storia” che riporta la notizia della “famosa defezione a favore dei russi di una parte del 28° Reggimento di fanteria proveniente da Praga” e la relativa smentita raccolta dallo storico austriaco Richard Lein.

Diserzioni che servirono a generali del K&K, secondo Lein, a nascondere le proprie colpe per le pesanti sconfitte subite a opera dei russi in quella maledetta Galizia. “In seguito - scrive Judson – molti nazionalisti tedeschi incolparono i cechi sia della sconfitta militare dell’Austria-Ungheria sia della dissoluzione dell’impero”.

E, sull’altro versante ai nazionalisti nostrani faceva gioco dimostrare che l’avversione all’impero fosse un autentico movimento di popolo. Anche se intellettuali irredentisti onesti come Scipio Slataper e Silvio Benco testimoniarono in modo diverso. Il reggimento – scrive Benco - prima di cedere ai russi “si era tenuto al fuoco con valore”; altro che svignarsela.

Dunque sarà appena negli ultimissimi anni del conflitto che ci saranno le ribellioni dei reggimenti boemi e sloveni che utilizzeranno le bandiere nazionaliste per giustificare rese e diserzioni, dovute in realtà a fame, disorganizzazione, maltrattamenti.

Prova ne sia che fino all’aprile 1918 quando a Roma si riunisce il “Congresso a delle nazionalità oppresse dall’Impero austro-ungarico” neanche l’Italia voleva smembrare l’Impero. L’ipotesi sarà contenuta nella dichiarazione per l’abbattimento della Monarchia danubiana e per un’intesa italo-jugoslava (vedi il volume di Francesco Leoncini “Il patto di Roma e la legione ceco-slovacca”, Keìllermann editore).

E qui sta il punto su cui insiste Judson: non sono i nazionalismi a far collassare l’Impero, sono gli errori della classe dirigente austriaca a minarne le basi. Quella stessa classe che il kronprinz Rodolfo, morto atrocemente a Mayerling, insieme alla giovane Mary Vetsera, aveva denunciato sotto pseudonimo sui giornali.



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