Leone a Pedro Almodóvar «Un atto di giustizia poetica non sarò mai più solo»

VENEZIA. Nella Scuola Grande della Misericordia alle spalle di San Marco sembra di entrare in un suo set, tra divani colorati e barocchi, manifesti storici alle pareti e una festa (data da Prada con Warner Bros) da mille e una notte con Rossy De Palma e Marisa Paredes, Monica Bellucci e Joaquin Phoenix, nella Sala Grande del Palazzo del cinema invece un’ovazione commovente: a Venezia sul red carpet hollywoodiano di Brad Pitt e Scarlett Johansson il Leone è Pedro Almodóvar.
Il regista spagnolo ha ricevuto il premio alla carriera, dalla presidente di giuria, l’argentina Lucrecia Martel che lui con la sua società El Deseo ha contribuito a produrre. Oggi ha i capelli bianchi, veste in elegante tailleur, è quel regista amato e affermato che conosciamo, ma non dimentica il passato: «Trentun anni fa qui a Venezia ho avuto il mio battesimo, selezionato con “L’indiscreto fascino del peccato”. Piacque al presidente di giuria Sergio Leone e alla giurata Lina Wertmüller ma non vinse nulla, giudicato “osceno” dal festival diretto da Gianluigi Rondi. Mi piace pensare che il Leone alla Carriera sia un atto casuale di giustizia poetica, quasi un risarcimento, ora non sarò mai più solo», ha detto Almodóvar senza voler fare polemiche. Questo è l’anno, come dice il titolo del suo ultimo film di “Dolor Y Gloria”, i dolori della fase che sta vivendo, al centro del film quasi autobiografico presentato a Cannes – Antonio Banderas ha vinto il premio per la migliore interpretazione – e la gloria del prestigioso riconoscimento consegnato oggi da Baratta e Barbera alla Mostra del cinema.
«Ero un giovane regista vestito stravagante - ha raccontato Almodóvar -, mi sembrò un miracolo essere selezionato nel 1983 ma l’opposizione di Rondi finì su tutti i giornali, creò empatia verso di me. Sono tornato una seconda volta nel 1988 per Donne sull’orlo di una crisi di nervi, tutt’altra esperienza: una grande festa perenne, tutte le mie attrici allegre, colorate, risate di continuo e io ero orgoglioso di loro. Erano l’immagine della Spagna ultra moderna di quegli anni, del mio Paese uscito da una lunghissima dittatura e che conosceva finalmente libertà, anche di espressione, diventando pioniera dell’accettazione della diversità sessuale, della famiglia libera».
Almodóvar parla di quegli anni, della Madrid della movida con cui è cresciuto anche artisticamente: «Godevamo di una libertà straordinaria, avevamo perso la paura, godevamo la bellezza della vita. I miei film di quegli anni erano densi di personaggi strani, bizzarri, liberi sotto ogni punto di vista e io come regista davo loro autonomia morale. La mia fonte d’ispirazione, la mia università era la strada». Oggi, ammette Almodovar è tutto diverso «ripensando al passato penso che abbiamo avuto all’epoca una vera democrazia. Oggi siamo contemporanei, abbiamo anche buoni ultimi un partito di estrema destra, una cosa che per tanto tempo abbiamo rifiutato. Ci siamo allineati». Ma non il suo cinema: «il potere di un regista è realizzare con libertà e indipendenza le idee, senza pensare al mercato o al pubblico. Dal mio primo film è così», forse è questo lo “stile Almodóvar”. —
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