L’esordio di Sarah Steele «Ho cucito e indossato abiti degli anni Sessanta per viaggiare nel tempo»

Indossare un abito anni Sessanta e trovarsi catapultata in quegli anni. Di più: cucirsi a mano, seguendo un vecchio cartamodello ingiallito, un abito anni Sessanta, vita stretta, gonna larga, e tornare indietro nel tempo. Succede a Flo, la protagonista di “Il grand tour di Nancy Moon” di Sarah Steele (Feltrinelli, pagg.400, euro 16, traduzione di Alice Pizzoli); e succede anche a noi, che pagina dopo pagina la seguiamo. Ma perché scegliere polverosi cartamodelli, in tempi di fast fashion, H&M e Zara, e shopping on line? Perché la nonna di Flo è appena mancata e lei trova, mettendo a posto, proprio un misterioso plico di foto e disegni. A ogni cartamodello corrisponde una foto, di una ragazza sconosciuta, dal sorriso luminoso, che indossa quell’abito: è l’estate del 1962, e le immagini portano da Parigi, ad Antibes, a Capri, a Venezia… Flo, che è nel punto più triste della sua vita - una gravidanza interrotta, un bimbo sognato e mai arrivato, un marito amato che l’ha tradita nel momento in cui aveva più bisogno di lui - decide di lasciare tutto e di ripercorrere le tracce di quella ragazza d’antan. Convinta anche dalla sua migliore amica, con cui lavora, guarda caso, in un negozio di abiti usati. Ma attenzione, prima di partire si cuce a mano (lei che è capace) un abito uguale a quello del cartamodello, in modo da poterlo indossare esattamente lì: sul Pont des Arts, sulla scogliera di Capri… Pezzo dopo pezzo, anzi punto dopo punto, ricostruirà la storia di quella ragazza che è molto vicina a lei. E ricucirà anche la sua vita.
Non un romanzo ambizioso, intendiamoci, ma una fresca lettura estiva per ragazze di tutte le età, anche quelle che gli abiti anni Sessanta li hanno indossati davvero, e magari li hanno ancora nell’armadio. In alcuni punti non convince: perché liquidare in poche righe la mamma di Flo, hippy che vive in un ashram? Ma alla fine si legge e si indossa volentieri, proprio come fa Flo con quegli abiti sartoriali, abbinandoli magari a un paio di sneakers e una giacca da biker in pelle: per “sdrammatizzarli”, come dicono le giornaliste di moda. E in questi mesi, in cui l’unica vacanza possibile ci sembra il “turismo di prossimità”, non è male viaggiare, almeno in queste pagine, in una Venezia finalmente libera da turisti, o una Capri intatta e assolata.
Chiudiamo il libro con un’improvvisa nostalgia per le macchine da cucire. E chiediamo all’autrice, Sarah Steele (esordiente, tra l’altro: è il suo primo libro) se davvero lei è capace di cucirsi un abito… «Certo - risponde la scrittrice -, ho imparato da mia madre quand’ero ancora una bambina. Ho creato abiti da sera, vestiti in maschera per i miei tre figli e, durante il lockdown, in Inghilterra, mi sono cucita un intero set di capi nuovi. Ero felice di avere un nuovo guardaroba quando finalmente ci è stato permesso di uscire».
Gli abiti descritti nel libro esistono davvero?
«Esistono i cartamodelli: ne ho scelti sei dalla mia collezione, sei abiti estivi, e la storia è partita da lì».
C’è qualcosa nel suo armadio da cui non si separerebbe mai?
«Sono un’appassionata di vintage, non solo abiti ma anche borse e bijoux, e quando viaggio cerco sempre i migliori negozi di seconda mano in cui andare a curiosare. Ho comprato a New York e Stoccolma, Copenhagen e Budapest; ma forse il capo a cui sono più legata è un abito anni Cinquanta che ho trovato a Brighton, color verde mare. L’ho indossato in tante occasioni felici, non mi stanco mai di ammirarne la stoffa, e non penso potrei mai regalarlo o buttarlo: invecchieremo insieme».
E in Italia non ha mai comprato nulla? Anzi: è mai stata a Trieste, dove ci sono negozi vintage pieni di sorprese?
«Purtroppo no. Ma da tempo medito un viaggio da Venezia fino alla Slovenia, fermandomi a Trieste, ovviamente. Un piccolo Grand Tour che speravo di poter fare quest’anno, poi è arrivata la pandemia… Ma è semplicemente rimandato: all’anno prossimo». —
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