L’intelligenza artificiale discrimina le donne nere

E se l’algoritmo che ci domina, influenzando la nostra vita sulla rete, fosse un maschio bianco? Se l’Intelligenza Artificiale non fosse imparziale, “neutra”, ma specchio della società reale, costruita sulla base del modello vincente? Dopo l’anteprima al Trieste Science+Fiction Festival, arriva anche su Netflix “Coded Bias”, documentario dai risvolti inquietanti che indaga sui lati oscuri del nostro presente digitale.

Joy Boulamwini, ricercatrice del Mit, osservata attraverso l’obiettivo di Shalini Kantayya, avvia una ricerca sui programmi di riconoscimento facciale, scoprendo che la maggior parte dei software non identifica tutti i volti. E in particolare sarebbero le donne di colore ad esserne escluse. Discriminazione digitale che corrisponde a un pregiudizio reale. L’A.I., del resto, procede per accumulo di dati. E se a fornirli è stata una ristretta cerchia di uomini della Silicon Valley, le informazioni non possono che coincidere con il loro punto di vista. Coded Bias è un racconto di donne che si battono per un uso più etico delle nuove tecnologie, mettendo in guardia dai potenziali rischi della rete. La realtà, infatti, non è poi così distante da una puntata di “Black Mirror”. Ognuno di noi, indipendentemente da genere o razza, possiede già un “profilo” digitale che ci identifica sulla base degli acquisti, dell’orientamento, degli interessi. E se oggi siamo solo potenziali clienti, domani potremmo essere identificati come “rischi” con conseguenze ben più allarmanti. —



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