Nina Alexopoulou dalla Grecia a Trieste «La sfida di mangiare i dolci sul mio corpo»
Continua la nostra indagine sulla performance, un'espressione artistica oggi di moda ma ancora complessa da definire, un termine dai connotati vaghi. Per approfondire il discorso sentiamo il racconto di un'altra performer attiva a Trieste: Nina Alexopoulou.
La sua prima performance, creata all'interno del master magistrale al Trinity Laban, il conservatorio di musica e danza di Londra, s'intitola “The Candy Piece”. L’artista greca, oggi trentenne, l'ha ideata seguendo le tematiche su cui aveva studiato: il corpo femminile, il suo diventare un oggetto, il punto di vista maschile e le relative reazioni delle donne. Ma la prima cosa che colpisce in questa performance sono i dolci che lei abbina al corpo femminile: cibi carini, colorati e decorati, pieni di zucchero, crema e burro, come i cupcake, qualcosa che da una parte è buono e goloso, e dall'altra risulta stucchevole e nauseante. «Ho giocato - dice Nina - sui limiti tra il piacere e il disgusto. Nella performance io sono nuda e distesa su un tavolo in una stanza, ricoperta di caramelle colorate di varie forme, cioccolatini, biscotti. E ci sono due red velvet cupcake bianchi e rossi che coprono la mia bocca e i miei genitali. Un assistente invita a entrare gli spettatori, venti per volta, che non sanno cosa li aspetta e li avverte che la performance non finirà fino a che loro non avranno mangiato tutti i dolci senza usare le mani. Le persone sono quindi alle prese con il mio corpo a cui devono avvicinare le loro bocche, con me che tengo gli occhi aperti e con lo sguardo degli altri».
La performance è andata in scena a Londra, sia all'università che in un festival, alla galleria DoubleRoom di Trieste, ad ArtVerona, e in una galleria di Atene. Le reazioni sono interessanti: solo di recente è successo che un uomo eterosessuale avesse il coraggio di mangiare il cupcake che sta tra le gambe dell'artista: «Forse per pudore, o forse perché gli uomini alla fine non si sentono così in confidenza con il corpo femminile».
Nina Alexopoulou è nata e cresciuta ad Atene, studia teatro e danza classica fin da piccolissima, poi viene ammessa all'Accademia nazionale di danza. A dieci anni la madre la porta a vedere “Fever”, una performance di Dimitris Papaioannou, il grande coreografo che avrebbe ideato gli spettacoli per le cerimonie delle Olimpiadi di Atene del 2004. «In scena - racconta - c'era un danzatore travestito da gorilla che duettava con un altro vestito da donna, una coreografia che univa l'animalesco al sensuale, l'umano e il bestiale: in quel momento, pur essendo ancora piccola, ho capito che avrei voluto seguire quella strada».
Quando Ana Sanchez-Colberg della Roehampton University di Londra decide di aprire il primo corso di laurea in dance performance in Grecia, Nina si presenta alle audizioni, viene ammessa direttamente al terzo anno, inizia a studiare in inglese e ad approfondire la performance a livello accademico anche con materie teoriche come sociologia, studi di genere, filosofia. Nel 2010 viene selezionata per il master in Dance theatre and Body performance. «Credo che la performance piaccia tanto al pubblico perché oggi la gente è stufa delle forme classiche di rappresentazione e vuole essere sorpresa. Ma io preferisco la definizione “live art”, un ombrello che unisce installazione, performance, body art, video, danza e teatro».
La sua prima performance a Trieste, appena arrivata nel 2013, è a bordo di una Cinquecento alla Stazione Rogers: vestita coi tacchi a spillo e gli abiti sexy disegnati da Giuliana Balbi irrompe tra il pubblico, ma poi la macchina non cammina più e lei deve mettersi a spingerla. La più recente creazione, in coppia con Nika Furlani, è andata in scena da poco alla galleria d'arte Cavò in occasione dei cinquant'anni dell'allunaggio: «Nella scena terrestre creo dei pianeti con il riso, nel livello di mezzo passo un filo da pesca per la stanza come fosse una ragnatela o il filo di Arianna, nella terza scena siamo nello spazio e l'episcopio proietta dal vivo immagini su di me che mi muovo come in una danza sacra». Trieste, scelta dopo la frenesia di Londra e nel momento di maggiore crisi in Grecia, rappresenta per Nina un cuscinetto tra mare e montagna, ideale per una vita di qualità e non lontana da centri dell'arte come Venezia, l'Austria e Lubiana. Ma il suo sogno è quello di realizzare un progetto a Tinos, l'amata e ancora poco turistica isola delle Cicladi da cui viene il padre. — (2-continua)
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