Oberdan terrorista o martire Benigno indaga la violenza politica
Che cos’è il terrorismo? Se ne sono date oltre cento definizioni ma nessuna lo circoscrive appieno. Un punto fermo è che a partire dal papà di tutti i terroristi, il cittadino Robespierre, l'Incorruttibile in scarpini con la fibbia e calzoni bianchi fino al giovane mediorientale in felpa e zainetto sulle spalle, il terrorista ha cambiato aspetto e tecniche ma la sua strategia politica si connota sempre con l'essere un'azione violenta contro la popolazione inerme.
Il problema è che la definizione di terrorista è imperniata su una valutazione politica, per cui è estremamente ambigua e a volte offre il fianco a che il gioco trasformistico la scambi con quella di patriota: Arafat e Begin, prima di essere insigniti del Nobel per la pace, venivano considerati terroristi e come tali combattuti dai governi in carica; con la stessa accusa Nelson Mandela rimase in prigione per ventisette anni e Guglielmo Oberdan ha tuttora il volto double face di terrorista o martire.
Francesco Benigno, professore di Storia moderna alla Scuola Normale di Pisa, nel suo “Terrore e terrorismo, saggio storico sulla violenza politica” (Einaudi, pagg. 366, 32 euro) offre un’interpretazione originale sul male assoluto del nostro tempo e comincia, a partire dagli anni della Rivoluzione francese, un'analisi centrata non tanto sugli attentati e le stragi, ma sulla storia del concetto di terrorismo.
Campo di indagine, questo della storia culturale, che Benigno ha indagato anche in un suo saggio rivolto al lessico usato per pensare la storia, dal titolo “Parole nel tempo”. Lo studioso ripercorre questi ultimi due secoli cercando di individuare nei fuochi violenti che si sono accesi in varie parti del mondo, dall'Europa degli anarchici regicidi all'Algeria dell'Oas, fino alla guerra santa islamica passando per i nostri anni di piombo, la matrice culturale - attenzione, non politica - che lega i diversi terrorismi.
Intanto, nella storia europea prima e in quella mondiale poi, c’è una eredità intellettuale incentrata sulla valenza liberatoria della distruzione: Conrad, ne “L’agente segreto”, scritto nel 1907, fa dire a un terrorista anarchico "nessuna pietà per nessuno, inclusi se stessi e la morte arruolata per il bene e al servizio dell'umanità.
L’approdo dell’analisi di Benigno è che il terrorismo è qualcosa di più e di diverso dalla sola tensione intimidatoria prodotta dalla violenza. L'attentato terroristico serve a costruire un evento politico dall'alto contenuto simbolico, capace di rappresentare la lotta tra il bene e il male in nome di una Causa.—
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