Oubrerie: «Quando nel ’65 a Trieste seppi che era morto Le Corbusier»

Uno dei tre ultimi collaboratori del maestro è oggi a Gorizia dove inaugurerà la mostra sul grande architetto; giovedì l’incontro alla Stazione Rogers
Di Diego Kuzmin e Alessandra Mabellini
Bumbaca Gorizia 22.06.2015 Fondazione Carigo, Architetto Jose Oubrerie Fotografia di Pierluigi Bumbaca
Bumbaca Gorizia 22.06.2015 Fondazione Carigo, Architetto Jose Oubrerie Fotografia di Pierluigi Bumbaca

GORIZIA. José Oubrerie, uno dei tre ultimi collaboratori di Le Corbusier, si trova a Gorizia per tenere una lectio magistralis nell'aula magna del Polo Universitario Goriziano oggi alle 10, su invito del Corso di Studi in Architettura dell'Università degli Studi di Trieste, grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia. Il titolo della lezione, che verrà tenuta in italiano, è “La Saga di Firminy, architettura con e senza Le Corbusier”.

Nel pomeriggio, alle 16, Oubrerie inaugurerà la mostra “Le Corbusier Reloaded. Disegni, modelli, video”, nella sede della Fondazione CaRiGo in via Carducci 2, nell'ambito delle iniziative per il cinquantenario della scomparsa del Maestro. L'evento è curato dal professor Alberto Sdegno, coordinatore del Corso di Laurea in Architettura.

Com'era l'attività nello studio di Le Corbusier?

«Il lavoro nello studio - risponde Oubrerie, che vive in Ohio - era molto diverso dall'attività precedente, data anche l'età di Le Corbusier. Lui era interessato a far partecipare in modo creativo all'elaborazione dei progetti dando alcuni schizzi di riferimento. Forniva infatti disegni, idee e discuteva del lavoro da fare. Era lo stesso sistema che uso io quando lavoro con i miei studenti. Tu fornisci un'idea e poi la fai sviluppare. Le Corbusier però prendeva la decisione finale sulla base degli sviluppi che ognuno aveva fatto. Per lui era molto importante cambiare spesso i collaboratori in modo che venisse sollecitato da nuove idee».

Quando è entrato nello studio?

«Nel 1958, avevo 26 anni. Prima avevo lavorato per quasi un anno nel cantiere del padiglione del Brasile, all'interno della Città Universitaria di Parigi. In quel periodo lavoravano nello studio tre architetti e quattro amministrativi oltre a lui. Nel caso ci fosse stato bisogno di ulteriori aiuti per i concorsi, soprattutto per realizzare elaborati in serie, venivano impiegati dei disegnatori temporanei. Ma le cose più importanti erano le discussioni sull'architettura con lui».

Trieste, nel ricordo di Le Corbusier…

«Alla fine di luglio, generalmente lo studio chiudeva per un mese. In quell'occasione Le Corbusier, offrendo un bicchiere di champagne, ti chiedeva cosa avresti fatto durante l'estate. Quell'anno, nel lontano 1965, avevo deciso di andare a fare il viaggio d'Oriente fino ad Istanbul, mentre l'anno precedente visitai la Grecia. Partendo da Istanbul, ho viaggiato lungo la costa della Jugoslavia, fermandomi a Spalato, città per me molto interessante. Dopo aver passato la frontiera, il 27 agosto, sono arrivato a Trieste. Era tardi e sapendo che non sarei riuscito ad arrivare a Venezia mi sono fermato a Trieste. La mattina, con grande sorpresa, ho appreso dai giornali la notizia della morte del maestro».

«Così ho chiamato Jullian de la Fuente, l'altro collaboratore di studio che dovevo ritrovare a Venezia, e abbiamo deciso di rientrare subito a Parigi. Pertanto non sono riuscito a vedere la città di Trieste e sono molto contento di questo invito, perché mi da la possibilità di visitarla».

Sia per la chiesa di Firminy, sia per Casa Miller, è presente una dicotomia tra interni, caldi ed accoglienti, ed esterni, freddi e scostanti...

«Questo è presente a Firminy, dove c'è una grande influenza nel monastero della Tourette, perché il tema della luce è affrontato in maniera simile. Il problema della luce infatti, era il primo ad essere considerato nella chiesa di Firminy. Il percorso di studi andava dall'interno all'esterno e non dall'esterno all'interno. All'inizio la chiesa era su un unico livello, quindi molto piatta. Finalmente è diventata spirale. Sopra l'altare c'è la costellazione di Orione e poi sono presenti i cannoni di luce, il quadrato, il rettangolo, il cerchio».

Effetto sorpresa. Dall'esterno non ci si aspetta tali interni.

«Ma si va dalla convessità alla concavità. Dall'esterno la chiesa sembra molto piccola, dall'interno molto grande. A casa Miller è la stessa cosa. Il terreno era nella campagna. La casa è come una muraglia, come il vostro Castello di Gorizia, un muraglione con le case all'interno. È come una piccola cittadella, dove le case si vedono e si guardano una con l'altra. È come diceva Leon Battista Alberti "la casa è una piccola città e la città una piccola casa". Come nella chiesa barocca, si ha un effetto sorpresa, che viene svelato solo dopo che si è entrati all'interno dello spazio».

C'è qualche riferimento per la luce di Firminy?

«Le Corbusier mi aveva dato un progetto di una chiesa che aveva fatto per una città vicino a Parigi, un prisma a base quadrata, la copia di un disegno che aveva fatto della luce della cupola di Haghia Sofia a Istanbul e un'immagine di Stonehedge che aveva preso da un giornale, perchè era molto interessato al movimento della luce naturale, quella del sole».

Giovedì alle 17, alla Stazione Rogers, José Oubrerie incontrerà nuovamente Trieste.

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