Paul Parin, un breve soggiorno e diventare un altro. Il tempo di un paio di curve giù da Opicina

TRIESTE “Il viaggio del quale vi voglio parlare risale a molti anni fa. Ero partito da Prijedor, nella Bosnia del Nord, diretto a Lubiana via Belgrado. Dovevo raggiungere Trieste, che all'epoca era occupata dalle truppe alleate, per proseguire poi per Milano e Zurigo, dove volevo iniziare i miei studi di psicoanalisi. Il percorso fu segnato da esperienze e sensazioni che hanno avuto un ruolo determinante nelle scelte della mia vita”. Inizia così “Breve soggiorno a Trieste, o le coordinate della psicoanalisi” dello psicoanalista e scrittore Paul Parin. Nato nel 1916 in Slovenia nel castello di Novikloster, Parin studiò medicina a Zagabria, Graz e Zurigo e visse in Svizzera dov'è scomparso nel 2009. Assieme a Goldy Parin-Matthèy e a Fritz Morgenthaler, è stato tra i teorici della etno-psicoanalisi, approfondita nei suoi viaggi in Africa. I Parin erano una famiglia dell’aristocrazia commerciale ebraico/triestina assimilata. La loro fortuna era iniziata a metà '800 quando Julius Pollack aveva lasciato Chiasso per cercare fortuna a Trieste.
A Trieste era diventato ricco prima con l'import/export del caffè e poi con le assicurazioni, la fabbricazione della birra e l'illuminazione delle strade a gas. Ai due figli volle dare una cittadinanza più sicura di quella dell'ormai traballante monarchia austro-ungarica, così il primo divenne cittadino britannico e il secondo svizzero, ed entrambi provvidero a dilapidare le ricchezze di famiglia. Al più scapestrato la madre comprò nel 1901 una tenuta di caccia a metà strada tra Vienna e Trieste e lì nacque Paul Parin, che nella Savinjska dolina trascorse anni felici fino al 1938, evocati nel bel racconto “Una pioggia a Trieste e l'ascesa di una famiglia”.
Erano anni pieni di eventi e alla Grande Guerra seguì il Secondo Conflitto Mondiale, nel 1941 i Parin ripararono in Svizzera il giorno prima dell'arrivo dei tedeschi, che occuparono Novikloster poi bruciato dai partigiani. In “Es ist Krieg und wir gehen hin” (È guerra e noi partiamo) che lo scorso maggio è uscito in una nuova edizione, Parin descrive con dovizia di particolari la fine della sua esperienza di chirurgo tra i partigiani titini ai quali, tra il 1944 e il 1945, s'era unito assieme alla sua compagna Goldy Parin-Matthèy in una missione di supporto all'armata di liberazione jugoslava. Anni dopo quell'avventura, in “Subjekt im Widerspruch”, nel capitolo “Breve soggiorno a Trieste o le coordinate della psicoanalisi” Parin narra come nel '46, a guerra finita, raggiunse Trieste, dove voleva recuperare l'automobile del padre e tornare a Zurigo, ma non aveva passaporto, né visti o lasciapassare. Parin racconta come quella sosta a Trieste fu un momento chiave per analizzare ciò che la città aveva rappresentato per lui e per la sua famiglia. A Trieste era nato suo padre e a Trieste erano sepolti i suoi genitori e i nonni Pollack.
A Trieste era vissuto il famoso pittore Gino Parin, cugino di suo padre, che sembra fosse stato il primo ad attribuirsi quel cognome al posto del patronimico Pollack fin troppo ebreo-tedesco, un inutile quanto penoso tentativo di assimilazione, visto che nel 1943 Gino Parin venne deportato e nel giugno del 1944 spirò prima di arrivare a Bergen-Belsen in un treno merci che conduceva gli ebrei alla morte.
Scrive Paul Parin: “Nel breve lasso di tempo necessario ad una jeep per scendere le curve che portano da Opicina in città, io subii una trasformazione. Ero diventato un'altra persona. Mentre lo scrivo, mi sembra quasi di non essermi liberato mai più da questa trasformazione. Ero ritornato europeo, borghese, medico, non più avventuriero e partigiano (che tra l’altro non ero mai stato del tutto). Non sapevo più se i miei pensieri si articolassero in jugoslavo, italiano, tedesco, inglese o persino in dialetto svizzero. L’uno relativizzava l’altro. Nulla era più sicuro. E tuttavia avevo la sensazione di pensare in maniera più chiara, più critica e più rapida.“È proprio quello che ci vuole per diventare psicoanalista - pensavo - a che cosa sarà dovuto?” Lungo il cammino verso il centro città Parin riconosce la villa che il nonno aveva fatto costruire in “imperial-regio stile Tudor”, il cimitero ebraico dove riposano i suoi, pensa allo zio, Gino Parin, e a tutti gli altri che avevano scelto la via dell'esilio.
“L'attraversamento delle frontiere senza passaporto, il particolare stato d'animo col quale mi accingevo a quel viaggio, da allora, l'ho rivissuto spesso, come analista, nelle 'buone' sedute psicanalitiche... Passare dalla cultura orientale (che avevo peraltro percepito in una fase di cambiamenti rivoluzionari) alla cultura occidentale, rappresentò per me ben più di un mero avvicinamento “geografico” alla psicoanalisi... In fondo non è casuale che essa sia nata proprio al confine tra queste due culture”.
Paul Parin riflette che a Trieste non esistono relazioni facili e che qui chi cerca un'amicizia deve prepararsi a un conflitto, ricorda che l'esperienza della psicoanalisi ha contraddistinto la vita degli scrittori triestini e conclude che la città è il luogo deputato per lo sviluppo di questa disciplina, perché la convivenza e lo scontro di diverse culture è il terreno ideale per studiare la vita intima delle persone, sia nella loro conflittualità, che nella loro umana complessità. —
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