Piketty: incontro a un futuro di disuguaglianze sociali

Non capita spesso che un volumone ( 700 pagine) di economia e storia diventi un best seller. È invece accaduto al “Capitale nel XXI secolo” di recente tradotto anche in italiano e pubblicato da Bompiani. L’autore Thomas Piketty è un economista francese che riconosce, caso abbastanza insolito, essere l’economia «una parte delle scienze sociali, come lo sono la storia, la sociologia, l’antropologia e la scienza politica» e, di conseguenza, non detentrice di verità assolute.
Il motivo di questo successo è duplice: contiene una serie di analisi storiche e quantitative quali non erano mai state raccolte e tocca un problema che sta diventando sempre più delicato: quello delle crescenti diseguaglianze. Si può aggiungere che è scritto in modo gradevole e con riferimenti a situazioni illustrate da capolavori letterari.
In particolare, attingendo a una fonte raramente usata, il fisco, Piketty e colleghi mostrano che negli Usa il 10% più ricco nel periodo 1910-20 riceveva tra il 45 ed il 50% del reddito nazionale, per scendere al 30-35% negli anni ’40 e risalire ai livelli d’inizio secolo nel 2000.
Anche in Europa la situazione non è molto diversa. La concentrazione della ricchezza aumenterà ancora dato che i rendimenti del capitale sono superiori alla crescita del reddito nazionale. La qual cosa rappresenta, per Piketty, il punto debole del capitalismo. Questo è in larga misura dovuto alla circostanza che chi possiede ricchezza non è in grado di consumare tutto quello che riceve. Non solo, quanto maggiore è il capitale a disposizione del singolo o della famiglia tanto più grande è il suo rendimento sia per effetto di economie di scala, diversificazione e assunzione del rischio, sia per i poteri monopolistici o oligopolistici derivanti dalla dimensione.
Un apporto notevole del lavoro di Piketty è la messa in discussione d’uno dei pilastri del pensiero economico tradizionale, vale a dire la curva di Kuznets secondo la quale le diseguaglianze nei compensi del lavoro sono destinate a ridursi per effetto del progresso tecnologico e del minor peso di settori a bassa produttività come l’agricoltura. Sono stati fattori storici, come guerre e creazione di tasse sul reddito che hanno tra il 1920 e il 1970 ridotto le diseguaglianze. Le quali sono destinate a crescere, come mostrano gli ultimi decenni.
Negli Stati Uniti l’1% più facoltoso della popolazione ha assorbito il 60% dell’aumento del reddito nazionale che ha avuto luogo tra il 1977 e il 2007. Negli altri Paesi avanzati la situazione non è molto diversa, anzi sembra che in Francia e Gran Bretagna sia più accentuata. Piketty, pur esponendo una massa di dati a conferma della crescita delle diseguaglianze, sembra non avere pregiudizi al riguardo. Egli apprezza i veri imprenditori capitalisti che innovano e creano valore, sono i redditieri - coloro che vivono su dividendi, rendite, interessi- i suoi veri nemici. In particolare egli è molto critico nei riguardi delle ricchezze che provengono da eredità e che costituiscono una parte sostanziale di quelle esistenti.
Di nuovo è interessante sottolineare che, a suo parere, «la crisi del 2008 è stata la prima crisi del capitalismo patrimoniale globalizzato del ventunesimo secolo. È improbabile sia l’ultima». Di qui la proposta di un’imposta sul capitale a carattere globale che riconosce esser un po’ utopica, ma che potrebbe rappresentare un punto di riferimento. A suo avviso «è importante capire che una tassa non è solo una tassa: è pure un modo per definire norme e categorie e per imporre un quadro legale su particolari attività economiche».
Uno dei fini di una tassa sul capitale sarebbe migliorare le definizioni anche contabili dei vari tipi di beni e introdurla servirebbe per valutare beni, debiti e ricchezza netta. Quelli attuali sono vaghi e sono tra le cause dei molti scandali finanziari visti dal 2000. Tra gli altri vantaggi ci sarebbe lo stimolare i governi a intese su scambi d’informazioni e trasparenza bancaria. Sostiene Piketty che raramente chi detiene ricchezze consistenti denuncia un reddito corrispondete a quello effettivo (trust, paradisi fiscali, etc) anche perché sarebbe impossibile spenderli. Un pregio di un’imposta sul capitale sarebbe incentivare un impiego redditizio dello stesso. Chi ricava il 10% non ha problemi a pagare l’1% o il 2% , ma chi ha rendimenti bassi sarebbe spinto a migliorarli. Tuttavia si rende conto che una tassazione solo sul capitale creerebbe problemi alle imprese in difficoltà. Inoltre l’inevitabile incostanza dei rendimenti del capitale suggerisce di evitare alte tasse sulle eredità. Da precisare che l’imposta sul capitale dovrebbe iniziare su ricchezze superiori a un milione di euro con l’1% annuo che salirebbe al 2% per quelle oltre i 5 mln.
Il libro di Piketty ha, tuttavia, un fondamentale difetto: non spiega perché le crescenti diseguaglianze debbano essere considerate un male. Alcuni critici hanno sostenuto che poiché, pur crescendo le differenze, chi ha meno sta molto meglio che in passato, il sistema funziona e non va cambiato. Altri hanno notato che il vero problema è che, se il denaro conquista il potere, i diritti fondamentali dei cittadini e la democrazia sono indeboliti se non distrutti.
In sostanza un libro un po’ utopico e discutibile, ma che vale la pena di essere letto.
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