Pino Roveredo incontra il fantasma di suo padre
Da stasera e fino a sabato al Miela lo spettacolo tratto dall’omonimo libro. In scena lo scrittore e Alessandro Mizzi

TRIESTE. Un fantasma evocato sulla scena che rimanda al teatro elisabettiano ma che avvia un dialogo padre-figlio concreto e vivo più che mai.
È un confronto generazionale che da conflitto si stempera in tenerezza e comprensione reciproca quello alla base di “Mio Padre votava Berlinguer”, lo spettacolo di Pino Roveredo al debutto stasera, in prima nazionale, al Teatro Miela alle 21, repliche fino a sabato.
Tra grandi fogli trasparenti sospesi nello spazio scenico – metafora delle lettere che daranno il via al dialogo - l'autore dell'adattamento dall'omonimo romanzo sarà in scena con l'attore Alessandro Mizzi, che incarnerà il padre dello scrittore, con l'accompagnamento di Tania Arcieri all'organetto. Tre artisti diversi per tre diversi linguaggi: letteratura, recitazione e musica uniti nella messinscena pensata da Massimo Navone, regista e direttore della Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano.
«Quest'estate abbiamo fatto una verifica dell'adattamento scritto da Pino – racconta Navone –. Spostare un testo dalla letteratura al palcoscenico presuppone sempre un considerevole salto di linguaggio: non ci sei più solo tu, lettore, con i tuoi tempi, la tua voce interiore. A teatro siamo in tanti e ascoltiamo all'unisono: perciò c'è sempre bisogno di verificare la visualizzazione di ciò che le parole raccontano. Dal pubblico ci hanno fatto sapere che si erano emozionati, e parecchio: significava che il testo passava in maniera forte anche dal palcoscenico. Ora alcuni elementi si rafforzano e ne escono potenziati».
La figura del padre dell'autore, ad esempio, nasconde una potenza espressiva che ha anche qualcosa di misterioso. «Questa figura è incarnata da un attore come Mizzi – spiega il regista - molto bravo nel suo essere concreto e credibile. Avviando questo dialogo padre-figlio si crea un momento di teatro vero perché ci si rifà ad una tradizione antica come quella del teatro elisabettiano dove quelli che non ci sono più, i fantasmi, dialogano con noi. Momenti espressivi molto forti nello spettacolo sono quindi legati al fatto che il fantasma diventa vero, concreto, lo si vede davanti a sé. Ha una forte valenza anche la questione della voce, per il fatto che il papà di Pino era sordomuto. Quando gli parlava, Pino ci ha raccontato che ha sempre "sentito" la sua voce anche se non ce l'aveva, quindi attraverso il linguaggio dei segni attribuiva al padre un suono autentico: il teatro ci permette di rendere concreta questa sensazione, e nella messinscena viene svelata dopo un po' diventando un piccolo colpo di scena».
È un rapporto, questo tra padre e figlio, caratterizzato da elementi di conflitto ma anche di solidarietà.
«C'è quella conflittualità giovanile che diventa tenerezza, comprensione e sostegno reciproco, e questo si sente molto nello spettacolo. È conflitto ad esempio quando il Pino di oggi chiede al padre il perché del lasciarsi andare all'incomprensione, alla violenza, all'alcool e all'annientamento: il che significa l'aver rubato tempo agli affetti. La figura del padre fa comunque sempre riferimento a una vita dura, alle peripezie lavorative, all'handicap di doversi difendere in una società che già fa fatica ad ascoltare chi la voce ce l'ha».
«Raccontiamo un passato che serve a guardare e interpretare il presente – continua Navone -. Un passato che forniva punti di riferimento certi, come Berlinguer votato dal padre prima che per una scelta ideologica perché "era una brava persona". Il nostro presente invece è confuso e ci appare come una situazione molto, molto più inquietante».
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