I ponti come luoghi d’incontro e benefiche promesse di dialogo nel nuovo libro di Harrison
L’autore costruisce una riflessione di sorprendente attualità sul bisogno di attraversare le distanze in un mondo sempre più tentato di erigere muri. Il volume invita a ripensare il significato stesso del connettere

Che cosa rappresenta un ponte? Quale lezione possiamo trarre da un’architettura che ci rivela molteplici metafore? Thomas Harrison – docente statunitense di Letteratura comparata all’Ucla e studioso della storia europea moderna dal 1860 a oggi – indaga il ponte come figura ambivalente: luogo di incontro e di separazione, promessa di dialogo ma anche passaggio esposto al rischio. Harrison presenterà il suo libro “Sui ponti” (Tab Edizioni, pag. 468, euro 30) giovedì 22 ottobre alla Libreria Antico Caffè San Marco (ore 18) in dialogo con Cristina Bonadei e Paolo Magris. L’autore costruisce una riflessione di sorprendente attualità sul bisogno di attraversare le distanze in un mondo sempre più tentato di erigere muri. Con la prefazione di Massimo Cacciari, il volume invita a ripensare il significato stesso del connettere: non annullare le differenze, ma imparare a stare tra due rive.
Perché ha scelto i ponti quale soggetto del nuovo libro?
«Forse un destino personale mi ha portato a scrivere questo libro, anche se non lo sapevo fino a dopo averlo terminato: poco distante da dove sono nato, a Smirne in Turchia, viene ancora usato un ponte che forse Omero stesso percorreva duemilaottocento anni fa: il Ponte delle Carovane. Nella Turchia, che fa da sé ponte fra l’Asia e l’Europa, sono cresciuto in una famiglia composta da madre italiana e padre americano, in una piccola società di levantini – ovvero, commercianti indipendenti della Francia, l’Inghilterra, i Paesi Bassi e il Belgio».
Ha quindi subito avuto a che fare con diversi ponti culturali?
«Ho dovuto studiare e in un certo senso ammaestrare i ponti culturali per sopravvivere. Con le quattro lingue acquisite, è venuto naturale dedicarmi allo studio delle letterature comparate e delle arti storiche. Il tema del ponte mi si è proposto quando un giorno mi chiesero di tenere una lectio magistralis a una convegno sulla letteratura e l’architettura. Negli anni successivi sono tornato spesso al tema che avevo scelto, fino al punto di ampliare il primo articolo in un libro».
Nel libro lei mette in relazione i ponti con la letteratura, la filosofia, la musica e la religione. Che cosa unisce questi ambiti?
«Niente, di primo acchito, sono discipline molto diverse fra di loro. Eppure, tutte stabiliscono legami, cercano di risolvere differenze, costruiscono strutture compositive da elementi singoli. La religione lega la vita fisica e storica a un aldilà. La letteratura lega i pensieri alle parole e gli eventi a racconti più completi, spesso coerenti ma talvolta anche tragici. Mi hanno conquistato i ponti tra queste attività umane. Alla fine ho voluto elaborare non solo uno studio dei ponti in tutta la loro varietà, ma anche gettare ponti io stesso. Il libro quindi contiene nove capitoli che affrontano mondi diversi con cui cerchiamo, attraverso l’ingegno, di arricchire i ponti sui quali ci pone la vita».
Si sofferma anche su una riflessione politica. Oggi pare che i muri siano più importanti dei ponti…
«La vita mi sembra stare in continua oscillazione fra muri e ponti. La politica ne risente moltissimo: da un lato c’è l’apertura verso il prossimo e il rispetto democratico imparato nei secoli e dall’altro c’è una legge più antica, difensiva e perfino ostile, di lotta. Dopo decenni di apertura sfociata nell’idea dell’Ue e nell’immagine del ponte su ogni biglietto dell’euro, tante nazioni ora propongono di tornare indietro ed erigere barriere invalicabili. I muri sono misure molto preventive. Se la dinamica del ponte fa paura, si potrebbe contemplare comunque un rimedio più flessibile ai problemi dell’interno-esterno, come la porta, per esempio, che si può aprire come chiudere a volontà».
Il suo libro si chiude con una domanda che ci riguarda tutti: come dobbiamo vivere sui ponti?
«Che lo si voglia o no, viviamo già sui ponti, e non possiamo scendere. I ponti sono necessari a moltissimi scopi, innanzitutto per comunicare con gli altri, ma anche per spostarci da qua a là, spesso anche per via di piccoli salti, perché il pianeta è troppo diversificato per permetterci sempre la costruzione di strade su terra ferma. Vivremmo più soddisfatti su questi ponti se ci rendessimo conto proprio delle diversità e dei richiami fra la riva di un lato e quella dell’altro».
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