Con “Pugni chiusi” va in scena la rivolta del cantiere San Marco di Trieste

Lo spettacolo scritto da Roberto Spazzali narra le mobilitazioni del 1966 attraverso la storia di due fratelli

Andrea Giuseppe Cerra
La mobilitazione degli operai del cantiere San Marco nel 1966
La mobilitazione degli operai del cantiere San Marco nel 1966

 

L’8 ottobre 1966 Trieste si fermò. La protesta degli operai del cantiere San Marco e della Fabbrica Macchine Sant’Andrea trasformò in poche ore una vertenza industriale in una delle più dure rivolte della storia recente della città. Sessant’anni dopo, quella giornata torna sulla scena con “Pugni chiusi. Ottobre 1966, la rivolta di Trieste”, lo spettacolo scritto da Roberto Spazzali, con drammaturgia e regia di Sara Alzetta, che ne è anche interprete insieme ad Adriano Giraldi, con la musica di Emanuele Laterza. L’appuntamento è al Teatro dei Fabbri il 3 ottobre alle 18 e il 4 ottobre alle 16.30 (produzione Teatro La Contrada). L’accompagnamento musicale è di Emanuele Laterza.

La rivolta nasce dentro una crisi che Trieste vive da anni, proprio mentre il resto d’Italia attraversa la stagione del boom economico. Il porto ha perso centralità, l’imprenditoria privata si è indebolita, molti giovani partono in cerca di lavoro. Sul futuro della cantieristica grava, inoltre, il piano di ristrutturazione dell’industria navale italiana, destinato a ridimensionare stabilimenti e occupazione. Un piano che era stato deciso dall’Iri anche per limitare l’onere finanziario pubblico nell’industria, secondo gli indirizzi stabiliti dalla Cee. Il destino del San Marco, insieme a quello della Fabbrica Macchine Sant’Andrea, appare ormai segnato. Per mesi sindacati, associazioni, forze politiche e rappresentanti della città tentano di scongiurare la decisione. Vengono organizzati scioperi, delegazioni a Roma, iniziative pubbliche. Per salvare il San Marco vengono raccolte 83 mila firme. La mobilitazione, tuttavia, non modifica l’indirizzo del governo.

Il 6 giugno 1965 il varo della Raffaello, ultima grande nave bianca realizzata a Trieste, aveva già assunto il valore malinconico di un congedo. Un anno dopo quella sensazione di perdita si trasforma in rabbia.

Spazzali sceglie di raccontare quella frattura storica attraverso una vicenda privata. Al centro dello spettacolo mette un fratello e una sorella, divisi dalle loro diverse traiettorie esistenziali. Lei è emigrata a Milano, dentro la stagione del boom economico; lui è rimasto a Trieste, operaio del San Marco, tormentato da vicende personali e da una inquietudine che progressivamente si rivela essere anche quella della sua città. Il loro rapporto è inizialmente segnato da incomprensioni e vecchie ruggini.

Poi la sorella comprende che dietro il disagio del fratello si nasconde qualcosa di più grande. La vicenda privata si intreccia così con quella collettiva, fino a una riconciliazione che passa attraverso la comprensione di una tragedia familiare e, insieme, cittadina.

Il dialetto triestino diventa una delle chiavi dello spettacolo: la lingua più spontanea, quella che restituisce la voce del cuore e la fisicità di una rivolta raccontata dal suo interno. Alla parola si affiancano le immagini d’epoca della Fototeca dei Civici musei di Trieste, concesse per l’occasione e destinate a costruire un controcampo visivo alla narrazione.

Le fotografie riportano sulla scena i volti, le strade, le barricate di una città sospesa tra rabbia e paura. In quei giorni dell’ottobre ’66, dopo l’ennesimo sciopero e dopo le notizie che confermano il ridimensionamento del settore, gli operai del San Marco e della Fabbrica Macchine scendono in piazza. Agli operai si uniscono militanti politici, indipendentisti e molti giovani.

La risposta delle forze dell’ordine è imponente. Per ore Trieste diventa teatro di scontri: lacrimogeni, camionette, inseguimenti, arresti. Sono sedici ore di tensione, fino all’ultimo intervento delle forze dell’ordine nella notte. Il giorno dopo resta una città apparentemente tornata alla normalità, ma profondamente segnata. Arrivano le denunce, i processi, le polemiche politiche.

Poco dopo arrivano anche nuove promesse per Trieste: l’assegnazione della direzione generale dell’Italcantieri, la Grandi Motori, interventi sul porto e sulla viabilità. Ma l’indotto delle piccole imprese rimane senza risposte adeguate. Un mese più tardi, alle elezioni amministrative, i movimenti indipendentisti raddoppiano i propri voti e 10 mila triestini scelgono la scheda bianca, segno di protesta. Il boom economico, a Trieste, appare già esaurito o forse mai davvero iniziato. La rivolta unisce la storia operaia e la vicenda. La riconciliazione tra fratello e sorella coincide allora con il riconoscimento di una ferita collettiva. I “pugni chiusi” rappresentano il gesto attraverso cui una città rivendica il diritto a non essere cancellata dalla propria storia.

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