Quegli ultimi anni nascosti di una donna enigmatica

Funerali in forma privata, martedì mattina camera ardente al teatro Strehler 
Alberto Mattioli

il personaggio

milano

In gennaio l’ultimo segnale al mondo dello spettacolo, che forse non la ricordava quando avrebbe potuto, anzi dovuto. Ornella Vanoni e Renato Zero l’avevano appena citata a Domenica In. E subito arrivò un messaggino da Edith, la fedelissima assistente svizzera: «Un saluto con affetto a tutti e due da parte di Milva, che vi sta seguendo». Poi, il 26 marzo, scrisse o le scrissero un post su Facebook dove annunciava che si era vaccinata, «tengo alla mia vita e alla vita altrui, fatelo anche voi» (il che le ha valso ieri i sarcasmi dementi di qualche no vax). Nel 2010, un altro post aveva sancito, «dopo 52 anni di ininterrotta attività», la fine della carriera di Maria Ilva Biolcati in arte Milva, «la pantera di Goro» nel lessico nazionalfamiliare della canzone italiana, «die grosse Dame» per i tedeschi ammirati dal suo Brecht. Gli ultimi anni Milva li ha trascorsi nella sua casa a due passi dai fenicotteri rosa di villa Invernizzi, Milano bene ma non da bere, un bel palazzo borghese, solidità e discrezione: sui campanelli non c’è un nome, un vicino dice stupito: «Ma davvero abitava qui? Non lo sapevo». Martina, la figlia critica d’arte avuta dal marito pigmalione Maurizio Corgnati, dribbla i giornalisti. Non ci sono fiori dei fan, tutto è molto sobrio, quasi irreale. Anche i funerali saranno in forma strettamente privata, preceduti martedì mattina dall’unico momento pubblico, la camera ardente al teatro Strehler, anche in morte il nome più importante della sua vita artistica.

Si è parlato di declino fisico. «Sono andato a trovarla l’ultima volta cinque o sei mesi fa, era immobile sulla sedia a rotelle, parlava poco, ma era lucidissima e sempre bella, elegante, i capelli raccolti ancora fiammeggianti ma forse un po’ spenti. Le era ceduto un po’ un labbro, come una ferita, ma non aveva fatto alcun ritocco. Per il resto, la solita Milva», racconta Filippo Crivelli, 93 anni lucidissimi e affilati, il grande regista che la diresse nei tanghi di Piazzolla, «ma il mio spettacolo preferito con lei è Canzoni fra le due guerre del ’79», rimasto in effetti memorabile. «E poi la incontravo spesso al cinema, era diventata una cinefila, sempre con entusiasmi un po’ costruiti com’erano in fondo i suoi. Era una donna enigmatica, sul lavoro molto disciplinata e molto sensibile, capace di sottoporsi a tutte le richieste di Strehler, anche quelle inutili o esagerate. Una dura che si scioglieva agli applausi del pubblico. Grande professionista». C’era Crivelli con lei in tournée in Germania la sera che arrivò la notizia della tragica morte del compagno, Mario Piave. «Milva sbucò in teatro alle sette di sera come al solito, nessuno toccò l’argomento, lo spettacolo si fece regolarmente». The show must go on.

Dopo il ritiro, ha continuato a vivere nella sua bella casa all’ammezzato, con un grande terrazzo su cui qualche anno fa sorprese due figuri, «e per lei fu uno choc», racconta Crivelli. Nel quartiere, la conoscevano in molti. Per esempio Domenico, il fornaio di corso Venezia: «Mia cliente da sempre, era allegra, alla mano, una battuta la diceva. Poi un giorno la vedo arrivare sulla sedia a rotelle, signora che succede? Eh, Mimmo, è la vecchiaia...». —



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