Tatjana dal fascino luminoso
Di alto livello il cast vocale e la bacchetta del direttore stacca i tempi giusti

Lasorte Trieste 17/11/17 - Teatro Verdi, Prima
A poco meno di un mese dalla applauditissima esecuzione dei Carmina Burana di Carl Orff che ha chiuso in bellezza la stagione sinfonica, il Teatro Verdi di Trieste ha felicemente ripreso l’attività con una pregevole messinscena di “Evgenji Onegin”, il capolavoro di Cajkovskij che ieri ha inaugurato con grande successo la nuova stagione di lirica e balletto.
C’era grande attesa per il ritorno di quest’opera, che coniuga elegantemente stile e forme della musica occidentale con melodie e ritmi tipicamente russi, assente dal palcoscenico triestino da ventuno anni, se si esclude l’edizione del 2009 interamente curata dal Teatro Stanislavskji di Mosca. E le aspettative della vigilia non sono andate deluse. Allo spegnersi dell’inno nazionale, deputato per tradizione a conferire solennità alla serata di gala, il sipario si è alzato sul gradevole allestimento del Teatro dell’Opera di Stato di Sofia, che si avvale delle belle scene di Alexander Kostyuchenko e degli eleganti costumi di Steve Almerighi, una messinscena tradizionale ma non polverosa e quanto mai funzionale a incorniciare l’impianto registico ideato da Vera Petrova che firma lo spettacolo.
Partendo dal presupposto che l’opera letteraria di Puskin sta alla base di quasi tutto il teatro musicale russo dell’Ottocento e che i compositori ne davano per scontata la conoscenza da parte del pubblico, anche Cajkovskij non si preoccupo’ di riassumere la storia di Onegin in un libretto esaustivo ma preferì musicare solo alcuni episodi, che chiamò “sequenza di scene liriche in tre atti e sette quadri” tratti dalla vita di Evgenji Onegin. Per dare un senso temporale alla vicenda la regista bulgara Vera Petrova, immaginando di rappresentare l’opera come se fosse un sogno, ha diviso lo spazio in due diverse dimensioni, dove una è la realtà desolata di chi ha perduto tutto, l’altra è l’azione retrospettiva, la dimensione onirica in cui rivivere avvenimenti già vissuti.
Tutto inizia dalla fine dunque, con Onegin che rivede se stesso con gli occhi di Tatjana, attraverso la lettura del diario che questa gli ha affidato dopo l’ultimo drammatico colloquio che li separerà per sempre; ed è per questo che Onegin rimane sempre in scena anche quando non canta, ora seduto allo scrittoio posizionato a lato del proscenio ora presenza invisibile in mezzo agli altri. E poi l’idea del coro con il volto celato da maschere bianche, a rappresentare una società che non vuole prendere parte alle vicissitudini dei protagonisti, imprigionati nei loro sentimenti. Tutto cio’ è una soluzione teatrale che piace e funziona, ben supportata musicalmente dalla bacchetta del maestro Fabrizio Maria Carminati, al suo debutto in questa partitura. Sebbene non emerga per particolari intuizioni, il direttore stacca però tempi giusti e asseconda bene i cantanti, anche grazie al supporto compatto di un’orchestra in gran spolvero e al notevolissimo contributo del Coro della Fondazione diretto da Francesca Tosi.
Di alto livello il cast vocale, a iniziare dal protagonista Catalin Toropoc, baritono di grana robusta ed estesa che delinea un ottimo Onegin, affiancato dal giovane soprano Valentina Mastrangelo, debuttante nel ruolo di Tatjana. Bella voce di soprano lirico puro, slanciata e luminosa, la cantante riesce a rendere anche teatralmente la freschezza del personaggio, di cui ha pure il physique du role, rivelandosi interprete sensibile e fascinosa, particolarmente apprezzata per l’intima partecipazione nell’aria della lettera. Bella anche la voce del tenore Tigran Ohanyan, che risolve il personaggio di Lenskij con un canto sempre eloquente così come Olga ha la voce di Anastasia Boldyreva, solido contralto che definisce con chiarezza e senza cedimenti il carattere deciso della giovane sorella di Tatjana. Il basso Vladimir Sazdovski cesella l’aria del principe Gremin con le sfumature necessarie a distinguere la matura consapevolezza del tempo che passa e la commozione amorosa di marito innamorato e Giovanna Lanza delinea una Larina gradevole e musicale.
Adeguatamente garbato nel couplet del secondo atto il Triquet di Dmytro Kyforuk. Completavano efficacemente il cast Alexandrina Marinova Stoyanova-Andreeva (balia Filipp’evna), Roberto Gentili (Zaretskij) e Hiroshi Okawa (un capitano). Il calare del sipario ha raccolto l’unanime consenso del pubblico, che ha premiato tutti gli artisti con calorosi e prolungati applausi.
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