Flying Raquets, Ray Giubilo porta il tennis globale a Trieste

La mostra del fotografo triestino al Magazzino 26. Raccoglie sessanta immagini di grande formato scelte tra un archivio di quasi un milione di scatti

Giulia Basso

 

«Ho sempre desiderato fare una mostra a Trieste, e finalmente ci sono riuscito: qui sono cresciuto e mi sono formato. Anche se vivo dall’altra parte del mondo non ho mai smesso di tornarci». Ray Giubilo, fotografo triestino di fama internazionale, racconta così la scelta di portare “Flying Racquets” nella sua città. La mostra, realizzata da Triestebookfest in coorganizzazione con il Comune, con il contributo della Fondazione CRTrieste e la collaborazione di Aps comunicazione, raccoglie sessanta immagini di grande formato scelte tra un archivio di quasi un milione di scatti.

Si inaugura venerdì 17 luglio al Magazzino 26, Sala Leonor Fini, e apre al pubblico dal 18 luglio al 20 settembre. Ad anticiparla, sempre venerdì alle 17.30 in Sala Luttazzi, la presentazione dell’omonimo volume fotografico edito da Allemandi, con Giubilo in dialogo con l’inviato Rai Sebastiano Franco. In mostra anche la serie pittorica “Terra Rossa” di Federica Ramani, che reinterpreta alcuni degli scatti più recenti di Giubilo fondendo encausto e terra rossa.

Perché ha scelto proprio Trieste per raccontare quasi quarant’anni di carriera?

Era un progetto che avevo in mente da tempo, senza sapere se si sarebbe mai realizzato. Volevo che accadesse a Trieste perché qui sono cresciuto e ho studiato, e nonostante la distanza ho sempre mantenuto i rapporti con la città e con gli amici.

Com’è nata la sua passione per il tennis?

Mio padre era socio del Tennis Triestino, quando il circolo aveva ancora i campi vicino alla vecchia sede del Piccolo in via Guido Reni. Io però da bambino preferivo il calcio. Ho cominciato a prendere il tennis sul serio solo verso i diciotto anni, e da lì è diventato il mio sport.

Nel 1989 un amico triestino la porta agli Australian Open. Se quella telefonata non fosse arrivata, pensa che avrebbe comunque trovato questa strada?

No, è stato proprio un caso. Se lui non mi avesse chiamato, io non mi sarei mai occupato di tennis: lavoravo nel mondo della moda, giocavo a tennis quasi ogni giorno, ma la fotografia sportiva non era nei miei piani.

Sessanta immagini scelte tra decine di migliaia di scatti: come si affronta una selezione così severa?

Il mio archivio conta forse un milione di fotografie e negli anni ho creato una selezione di lavoro di circa diecimila. Da queste provengono le sessanta in mostra, accompagnate da altre centoquaranta immagini a rotazione su due monitor: gli scatti gli ho scelti io, il curatore Aldo Poduie ha consigliato la disposizione. Sono le foto che mi piace mostrare al pubblico: alcune raccontano stadi che non esistono più o giocatori ormai lontani dal circuito.

Come si racconta il tennis con un’immagine ferma?

È difficile. Cerco scatti che fanno entrare nell’atmosfera, che trasmettono qualcosa oltre il gesto. Ci vuole esperienza: dopo quasi quarant’anni diventa quasi automatico. Ma il lavoro resta faticoso: ore sotto il sole, anche venti campi da coprire in una giornata, la folla da attraversare per farsi largo e trovare l’inquadratura giusta. L’importante, dopo tutto questo tempo, è avere ancora voglia di fotografare: senza quella, tecnica ed esperienza non contano.

“It’s not Halloween” avrà uno spazio speciale in mostra?

Sarà l’unica foto incorniciata con passepartout e vetro, e avvicinandosi partirà un video che ne racconta la genesi. Non l’avevo pianificata: è nata per caso, durante una partita, quando ho notato che gli occhi di Jasmine Paolini si allineavano perfettamente al logo della racchetta.

C’è un’altra fotografia, meno nota, a cui è particolarmente legato?

Uno smash di Pete Sampras: lo scatto lo coglie sospeso a mezz’aria, le ginocchia piegate, il braccio disteso e la racchetta ancora dietro la testa, un istante prima dell’impatto. È diventata poi il poster ufficiale di un marchio di racchette. È una foto che amo quanto quella di Paolini, forse di più.

Tra tutti i campioni fotografati, chi le ha regalato di più davanti all’obiettivo?

Negli ultimi tempi Flavio Cobolli mi sta dando molte belle foto: è un giocatore dinamico, con un gesto quasi classico. Ma in assoluto Rafael Nadal resta il mio preferito: il suo movimento è tra i più fotografici che il tennis abbia mai avuto, ho sempre adorato immortalarlo.

Il libro “Flying Racquets” nasce insieme alla mostra o ha una storia più lunga?

Era un progetto nel cassetto da anni, che componevo nel tempo libero facendomi stampare copie private da mostrare alle case editrici. Quando mi hanno proposto un libro su Sinner, ho risposto che mi sembrava prematuro e ho fatto vedere questo, che è piaciuto subito ed è già quasi esaurito. Ogni fotografo ha le sue paure quando pubblica un libro o allestisce una mostra: così intanto ne ho esorcizzata una.

Le sue fotografie sono ora anche materia per un’altra artista...

Federica Ramani ha preso alcuni dei miei scatti più recenti e li ha trasformati con una tecnica che unisce cera d’encausto e terra rossa prelevata dai campi. Non sono repliche delle mie foto: le ha scomposte e ricostruite a modo suo, con un risultato che ha una tridimensionalità che la fotografia da sola non può dare. Sarà una mostra nella mostra, capace di sorprendere anche chi non segue il tennis.

Cosa ha perso il mestiere passando dalla pellicola al digitale, e cosa pensa dell’intelligenza artificiale nella fotografia?

Con la pellicola non si aveva mai la certezza di aver fatto una buona foto finché non si sviluppava: si scattava e si sperava. Oggi con i mirrorless si controlla tutto in tempo reale, ed è più facile ottenere un buon risultato. Quanto all’intelligenza artificiale, se applicata alla post-produzione aiuta, per esempio, a recuperare un volto in ombra senza le ore di lavoro che servivano prima. Ma deve restare uno strumento di correzione, non di invenzione: la fotografia deve conservare i difetti di un millesimo di secondo di realtà, non diventare un’immagine artificiale.

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