Trieste celebra i 100 anni dalla scomparsa di Attilio Hortis, inventore della città di carta

L’omaggio all’intellettuale, bibliotecario e politico, che trasformò la Biblioteca Civica

Zeno Saracino
In una foto d'epoca l'immagine di Attilio Hortis
In una foto d'epoca l'immagine di Attilio Hortis

Prima piazza Lützen, poi Lipsia e persino, per un breve periodo, piazza degli studi. Ma dal 1926 tutti la conoscono dal nome dell’eminente Attilio Hortis. Mummificato e posto in bacheca dalla storiografia nazionalista degli anni Trenta del Novecento, Attilio Hortis fu in realtà una figura di triestino sfaccettata, la cui italianità di gusto liberale mai si separò dal cosmopolitismo caratteristico di chi nasceva nei territori dell’impero austriaco. L’anniversario dei cent’anni dalla scomparsa, il 23 febbraio 1926, offre allora una preziosa occasione per rivalutare un intellettuale e bibliotecario che, con la sua azione umanistica, può essere considerato la terza persona della trinità laica dell’Ottocento triestino, dopo Domenico Rossetti e Pietro Kandler.

Nato il 13 maggio 1850 in un ambiente familiare dominato dalla figura piena di passione del padre avvocato Arrigo, Hortis ricevette non a caso il nome Attilio in onore del martire Bandera, fucilato nel 1844 dall’autocrate Ferdinando II delle Due Sicilie. I precoci interessi filologici e culturali sorsero allora quando era ancora bambino, allorché «un dotto, illustratore di tutte le memorie di Trieste e dell’Istria, Pietro Kandler, mi abituava giovinetto ad apprezzare le placide gioie di un documento inatteso, di una notizia laboriosamente costruita» .

Dopo aver frequentato il Ginnasio tedesco di Trieste, aver vissuto a Milano ed essersi laureato in Legge e in Lettere dapprima a Padova e poi a Graz, Attilio Hortis peregrinò tra le biblioteche di tutta Europa alla ricerca di manoscritti perduti di Petrarca e Boccaccio, dai quali trasse importanti saggi accademici tutt’oggi validi sui due numi italiani. Il ruolo però di Hortis appare oggigiorno indissolubile dal mezzo secolo trascorso, dal 10 ottobre 1873 al 1923, quale guida della Biblioteca Civica, a lui intitolata nel 1950.

Palazzo Biserini in tal senso non può essere pensato senza Hortis e viceversa: egli pose infatti fondamenta solide per quanto sarebbe diventata la “città di carta” nel Novecento (proprio la Biblioteca Civica è uno dei luoghi dove l’Alfonso Nitti di Italo Svevo trova rifugio...) e per lo stesso sistema scientifico giuliano, considerando come dalla Biblioteca Civica si evolvette anche il Museo di Storia Naturale, la “specola ad uso astronomico”, cioè l’Osservatorio e l’odierno Istituto di Oceanografia grazie all’Accademia di Commercio e Nautica.

Sarebbe però altrettanto manchevole non citare l’impegno politico di Hortis che, acceso sostenitore della causa italiana, entrò in politica nel tardo Ottocento, dapprima come consigliere comunale e poi, forte delle nuove elezioni a suffragio universale, deputato al caotico Parlamento di Vienna quale esponente dei liberal nazionali di Felice Venezian. In quest’occasione pronunciò il discorso, letto però in perfetto tedesco -e qui si vede la caratura internazionale di Hortis - a favore dell’università italiana a Trieste. Argomento destinato a diventare incandescente negli anni ante prima guerra mondiale e sempre rifiutato da Vienna, consapevole di come Trieste fosse la città di tutte le nazionalità dell’impero e non privilegio di una sola. Alla sua scomparsa Hortis lasciò un ultimo tesoro alla sua città: un archivio e 11mila volumi oggigiorno cartaceo “mattone angolare” della città. Proprio nel 1926, anno della scomparsa, il Comune di Trieste commissionò allo scultore Giovanni Mayer, noto in particolare per le tante opere funebri, un busto-ritratto di Attilio Hortis: i grandi mustacchi, gli occhialetti sottili, lo sguardo intenso e vivace.

Vandalizzato da un anonimo odiatore delle lettere al naso, il busto è stato restaurato nell’occasione del centenario grazie a un fondo del Rotary Club Trieste. Non era mai stato prima d’allora neppure ripulito e i muschi, i licheni e i doni dei gabbiani avevano intaccato il profilo dell’eminente, per il quale sono stati usati appositi oli essenziali capaci di rimuovere la patina biologica e al contempo non danneggiare l’oasi verde circostante. Come spiegato durante lo svelamento, grazie a Claudia Crosera per la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Friuli Venezia Giulia, si è giudicato «la ricostruzione del naso non percorribile», preferendo stuccare la cavità e lasciare i segni del danno. —

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