Il gypsy punk dei Gogol Bordello torna a Trieste: «La musica è dinamite»
La band acclamata in tutto il mondo al Castello di San Giusto per l’unica data italiana del tour estivo

«L’entusiasmo, e non la pigrizia mentale che scade nel cinismo, è la chiave che apre le porte della speranza e delle possibilità. La natura ciclica del tempo è una fonte di ottimismo che abbiamo a disposizione per guarire da ogni catastrofe. Purtroppo, la musica non può cambiare il mondo ma per me è un’arma, la mia dinamite». Queste parole ben racchiudono l’approccio alla vita e alla musica stessa di Eugene Hütz, frontman di una delle band più fracassone, energiche e divertenti degli ultimi decenni, i Gogol Bordello. Ogni loro concerto è una festa colorata, e non sarà da meno l’unica data estiva italiana, martedì 11 agosto alle 21.30 al Castello di San Giusto a Trieste. In apertura si esibiranno alle 20.30 i triestini Corpi Contundenti. Biglietti ancora disponibili.
Dopo il sold out degli esplosivi Amyl and the Sniffers venerdì scorso, si tratta di un’altra esclusiva per la rassegna curata da Vigna Pr e Good Vibrations, qui con Hub Music Factory e FVG Music Live nell’ambito di TriesteEstate e di Hot in the city. La scaletta includerà classici come “Immigrant Punk”, “Wonderlust King”, “Start Wearing Purple”, fino agli estratti da “We Mean It, Man!”, nono album in studio del gruppo che fa base a New York, uscito a febbraio: «I Gogol Bordello – afferma Eugene –, sono sempre stati aperti alle contaminazioni. E “We Mean It, Man!” riunisce tutte le nostre ispirazioni originali più di qualsiasi altro lavoro: punk, musica gitana, hardcore e techno. Ho concepito questo album come una collaborazione con uno dei miei produttori preferiti di sempre, Nick Launay, che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del post-punk come genere. In termini di collage multimediale portato all’essenza, è il miglior Frankenstein che abbiamo realizzato dai tempi di “Gypsy Punks: Underdog World Strike” del 2005. Questa è la nostra vendetta groove post-punk».
Il concerto segna il ritorno della band a Trieste a distanza di quattordici anni dopo l’indimenticabile performance al festival balcanico Guča sul Carso. In poco più di venticinque anni di carriera, i Gogol contano migliaia di show in ogni parte del pianeta, confermandosi come una delle più potenti e affidabili macchine da concerto della scena live internazionale.
I Gogol Bordello miscelano folk e punk, musica balcanica e cabaret brechtiano, Giamaica e Taranta, violini zigani e chitarre distorte, ritmi arabi, Emir Kusturica e Bregovic, Ennio Morricone e Nino Rota, Tom Waits, Clash, Mano Negra, Fugazi, Nick Cave&The Bad Seeds, Pogues.

Ciò che li rende unici è l’urgenza punk, una tensione fisica esplosiva veicolata dal loro frontman, fisico asciutto e scolpito, capelli spettinati, caratteristici baffi a manubrio («Un uomo senza baffi è come una donna con i baffi», è il suo motto), un personaggio davvero cinematografico. Non a caso è comparso in film come “Ogni cosa è illuminata” o “Sacro e Profano” diretto da Madonna e documentari quali “The Pied Piper of Hutzovina” di Pavla Fleischer, e “Scream of my blood: a Gogol Bordello story”, diretto da Nate Pommer e Eric Weinrib con la produzione esecutiva dell’attore americano Liev Schreiber (candidato ai Golden Globe con “Ray Donovan”, nonché regista di “Ogni cosa è illuminata”), mentre a dicembre uscirà il suo primo memoir.
A Hütz, peraltro, la vita non ha fatto sconti. Il leader della band nasce nel 1972 a Kiev da padre russo e mamma rom – ucraina e da adolescente si ritrova, con lo status di rifugiato, ad attraversare la Polonia e l’Austria, arrivando fino in Italia dove resta tra tre mesi e tira su qualche moneta facendo il lavavetri.
Ma è l’America la meta, e nella Grande Mela troverà la sua nuova famiglia musicale: nel 1998 i Gogol Bordello irrompono nei locali del Lower East Side con il loro sgargiante gypsy punk. «Peschiamo da tutto il mondo, ma New York, Londra, Manchester, Est Europa, America Latina e Caraibi sono riferimenti geografici importanti».
La formazione, sempre multiculturale, oggi comprende Pedro Erazo, dall’Ecuador, alle percussioni e cori, il violinista russo (che vive a Brooklyn da 35 anni) Sergey Ryabtsev, gli americani Korey Kingston alla batteria e Leo Mintek alla chitarra, il brasiliano Gill Alexandre al basso, Erica Marie Mancini, di origini argentine, alla fisarmonica: «l’abbiamo puntata a distanza e finalmente, da tre anni, è con noi e ha portato un sacco di novità e belle vibrazioni».
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