Vita e amore nell’Hotel Balkan alla vigilia della tragedia
Il nuovo romanzo dello scrittore triestino Marij Čuk, “Fiamme nere”, edito da Mladika (pagg. 160, euro 14), è un contributo, tra fiction e realtà, alla comprensione di un capitolo della storia europea che si è svolto nel centro di Trieste, ma che nella letteratura triestina è stato trattato in forma romanzata soltanto una volta (da Boris Pahor), ovvero l’incendio del Narodni dom.
Il libro si legge d’un fiato per il buon ritmo della penna e la limpida traduzione di Martina Clerici che ne coglie la scorrevolezza, il piacere per le rapide pennellate di atmosfere, la vena poetica che impreziosisce la fine di ogni capitolo, il gusto dei dialoghi che raccontano la storia recuperando con minimalistica eleganza anche espressioni d’altri tempi.
Nonostante l'argomento, è un romanzo paradossalmente adatto a chi non ama i nodi della storia e della politica, proprio come il protagonista, l’assicuratore viennese Otto von Helmut, sorpreso da questo tragico atto dell’ascesa fascista mentre fa coincidere un breve viaggio d'affari con una scappatella sentimentale assieme alla giovane e avvenente commessa di pasticceria Flora.
I due soggiornano all'Hotel Balkan negli ultimi tre giorni della storia del centro polifunzionale che riuniva in centro città le attività delle comunità di etnia slava, primi tra tutti gli sloveni, protagonisti a più livelli della vita cittadina.
Il romanzo scorre con apparente levità su un fondo lirico e pensieroso, come il Kaiser Walzer che aveva fatto ballare gli eleganti partecipanti al ballo al Narodni dom alla vigilia dell’incendio.
La scrittura evoca profumi, suoni e luci di un fragile idillio continuamente interrotto dalle dissonanze di una svolta imminente. L'oasi felice del Narodni dom appare come un'utopia fatta di tenera nostalgia del passato splendore e nuove speranze europeiste. Trieste in queste pagine vive ostinatamente la propria vita, quella dei caffè, dei bordelli di Cavana e delle osterie del centro, ed è la parte che l'autore riserva a se stesso, indulgente nei confronti delle contraddizioni della propria città, consapevole delle opportunità perdute nel tentativo di cancellare il suo strategico cosmopolitismo. L'approccio moderno e lucido di Čuk a fatti storici ancora parzialmente irrisolti si riflette nella scelta di affidare il racconto dello snodo controverso della storia a voci esterne, tese tra fli estremi dell'amabile “turista” austriaco di fantasia e le realissime azioni del ras fascista Francesco Giunta, entrambi totalmente estranei alla città e alla sua storia. Entrambi, nell'atrocità del personaggio reale e nella figura dell'osservatore travolto suo malgrado dall'odio xenofobo, diventano monito contro i fanatismi e contro l'indifferenza complice. Il terzo protagonista involontario è Hugo Roblek, farmacista e celebre alpinista, personaggio reale quanto quel suo salto fatale, assieme alla moglie, dal secondo piano dell'edificio in fiamme. Čuk prova a farcelo conoscere nella sua quotidianità, a fare spese in centro con Otto e Flora, mentre insieme a loro ricostruisce l’immagine del Narodni dom nel suo ultimo splendore e nella descrizione drammatica e dettagliata della sua fine. Sia il luccichio delle sue vetrate che la crudezza del rogo invitano da queste pagine a guardare a questo edificio simbolo con una consapevolezza maggiore, ma rivolta al futuro. —
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