'Cecchini a Sarajevo', testimone 'pronto a dire tutto ai pm italiani'

(ANSA) - MILANO, 13 FEB - "Voglio che la verità venga, sono pronto ad alzarmi in piedi e a dire ai magistrati italiani quello che so". Promette di collaborare all'inchiesta della Procura di Milano sui cosiddetti cecchini di Sarajevo Aleksandar Licanin, all'epoca volontario in un'unità corazzata serbo-bosniaca. In un colloquio con il giornale britannico the Times l'uomo, oggi 63enne, parla di oltre 11.500 persone uccise tra il '92 e il '95 nella Sarajevo assediata dai serbo-bosniaci. "Sparavano a donne, bambini e anziani - ha detto -. Erano fuori controllo". Alloggiati in un complesso vicino al cimitero ebraico, secondo Licanin gli stranieri avrebbero consegnato dai 500 ai 1.000 marchi tedeschi per ottenere un posto da cecchino in edifici alti. "Indossavano costosi giubbotti di pelle e mi è stato detto che erano italiani, tedeschi e britannici - ha detto il testimone al quotidiano inglese -. Li aiutavano a trovare i bersagli, e sparare dal cimitero era un tiro pulito: avevano tutto. Ricordo una donna romena che deve aver ucciso più di dieci persone". Dopo quella che Licanin definisce "la caccia", i cecchini per divertimento "Festeggiavano l'uccisione di persone mangiando e bevendo. Erano dei veri sadici". Dopo la guerra Licanin, che il Times ha incontrato in Bosnia, dove vive, si è sposato e ha trovato lavoro come boscaiolo. "Mia moglie dice che ho ancora incubi, anche se non li ricordo al mattino - ha concluso - Gli stranieri che arrivarono a Sarajevo avevano la mente malata. Scommetto che non hanno incubi". (ANSA).
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