Ecco il nuovo libro di Tavčar: «Michael Jordan era un re, ma con i voli spettacolari ha distrutto il vero basket»

Esce mercoledì “C’era una volta l’NBA” scritto da Sergio Tavčar. Analisi impietosa sulla fine di uno sport ridotto a show

 

Paolo Marcolin
Michael Jordan vola a canestro duranta un partita dell’NBA
Michael Jordan vola a canestro duranta un partita dell’NBA

Sergio Tavčar non ha lo smartphone, risponde dal fisso della sua casa di Opicina e pensi che è coerente con uno che sostiene che era meglio una volta. Almeno se si parla di basket a stelle e strisce. L’ultimo libro del giornalista triestino, per tanti anni mitica voce sportiva di Tv Capodistria - le sue telecronache, senza peli sulla lingua, stile diretto e chiaro, competenza e passione, sono diventate cult - si intitola C’era una volta l’NBA (Bottega Errante, 160 pag., 18 euro) ed esce in libreria mercoledì 25 febbraio. Non solo nostalgia, ma anche un atto di accusa contro chi ha tradito lo spirito delle origini.

Il basket professionistico Usa degli anni Settanta e Ottanta ha fatto innamorare milioni di persone. Cosa aveva l'NBA di quegli anni che l’ha resa un mito globale?

«Aveva dei personaggi e dei giocatori straordinari che non sono stati più replicati, risponde Tavčar. È stato l’apogeo di un sistema che ha prodotto giocatori selezionati con criteri logici: si prendevano quelli che sapevano giocare; un sistema capovolto rispetto a oggi. Si cominciava al liceo con l’insegnamento dei fondamentali, il gioco di squadra, le tattiche e dopo quattro anni di college i più bravi andavano a giocare nell’NBA e venivano fuori i Michael Jordan, i Larry Bird, i Magic Johnson».

Quanto ha inciso Michael Jordan nella trasformazione dell’NBA in un fenomeno culturale?

«Michael Jordan è stato il più grande giocatore di basket di tutti i tempi. Era completo, capiva tutto di basket, era intelligente - se non sei intelligente non puoi arrivare a questi livelli - e in più volava. Ha cominciato a sfruttare questa sua popolarità. È stato il primo che ha firmato un paio di scarpe col suo nome, il primo che ha cominciato a fare giri promozionali, è venuto anche a Trieste dove ha fatto la famosa schiacciata, ma così facendo ha spianato la strada alla mercificazione del basket, è stato l’inizio della fine».

Per questo il suo libro ha come sottotitolo “storia di un amore tradito”?

«La gente vedeva Jordan volare e pensava che volando si sia grandi giocatori di pallacanestro, così sono cominciati a venire fuori questi straordinari atleti che però di basket non capivano un tubo. Le stelle hanno cominciato a essere prevalenti su tutto il resto. Non conta più tanto che la tua squadra vinca, ma che tu venda i prodotti che pubblicizzi. Più higlights fai, più giocate spettacolari restano impresse, e più vendi, non ha importanza che la tua squadra vinca o perda».

Chi salva dei giocatori dell'NBA di oggi?

«Nikola Jokić e Luka Dončić. Sono quelli che non corrono e non saltano eppure fanno quello che vogliono. Dimostrano che il basket è un gioco dove bisogna saper giocare, e se salti come un disgraziato non è una condizione sufficiente. Avere un buon fisico aiuta, ma è necessario saper giocare a pallacanestro. Per fortuna c’è una parte dell’opinione pubblica che si sta rendendo conto di questo, ed è significativo che Jokić e Dončić , pur non saltando e non correndo, siano degli idoli. A proposito di Dončić , il mio più grande rammarico, da sloveno, è che non sia nato trent’anni prima, avrebbe potuto giocare con gente come Kicanovic, Dalipagic, Cosic, sarebbe stata l’apoteosi per uno spettatore di basket».

Il racconto giornalistico ha contribuito a far diventare l’NBA uno show?

«In Italia, dove c’è questa mania per cui tutto quello che viene dall’NBA è straordinario, sicuramente. Le telecronache di basket dell’NBA sono piene di iperboli senza nessun tipo di critica a monte. Noi a TV Capodistria, e anche la Rai all’epoca, facevamo educazione: commentavi una partita e spiegavi quello che succedeva, non esaltavi i giocatori qualunque cosa facessero».

Cosa pensa dei narratori come Federico Buffa, che sta portando in giro uno spettacolo su Kobe Bryant?

«Conosco bene Buffa, è uno che sa, niente da dire, racconta molto bene le sue storie; quando faceva le telecronache doveva comportarsi in modo diverso».

Un pensiero finale sul basket italiano.

«I talenti ci sono ma non hanno modo di svilupparsi. La scuola tecnica italiana è estremamente carente, gli allenatori non hanno coraggio, sono in mano alla casta dei procuratori per cui mantengono il posto solo se fanno giocare quelli che sono protetti dai vari procuratori, così da non aver problemi di licenziamento. E i talenti italiani non giocano». —

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