L’Autonomia differenziata e i rischi del baratto istituzionale

Si è aperta da tempo, tra i costituzionalisti, una discussione sulla valenza del disegno di legge per l’ “autonomia differenziata” rispetto ai principi costituzionali. C’è chi ritiene il progetto una mera applicazione dell’art.117 e chi, invece, ritiene che esso varchi il perimetro di quei principi.
Michele Ainis sostiene, nel suo recentissimo libro “Capocrazia”, quest’ultima tesi e lo fa, a mio giudizio, con argomentazioni convincenti. Si tratta, in ogni caso, di opinioni e interpretazioni: appunto per questo occorre diffidare di certezze conclamate e di affermazioni apodittiche. Ci sono tuttavia altre, e non meno importanti, questioni da affrontare.
La prima riguarda la genesi del provvedimento: esso nasce, come è noto, come contropartita rispetto alla proposta di elezione diretta del premier. Dunque, si tratta – per così dire - di un baratto istituzionale, nel quale ciascuno dei contraenti diffida delle idee dell’altro, e cerca di inserire nel tessuto legislativo anticorpi congeniali, rendendo le due proposte simili alla tela di Penelope. Ma, come la storia insegna, quando si fa commercio con i principi e con le norme e quando le leggi rispondono alla propaganda più che alla responsabilità istituzionale, il risultato non è mai apprezzabile.
Sarebbe stato del resto necessario partire da un’analisi complessiva delle esperienze del regionalismo, tenendo presente che l’attuale configurazione del potere in Italia mette sullo stesso piano città metropolitane, comuni, Regioni e Stato: col rischio che, da parte delle prime, vi sia la rincorsa a competere a loro volta. Il bilancio avrebbe messo in luce come che la maggior parte delle Regioni (certo, con eccezioni virtuose) si sia adagiata su una replica del sistema burocratico-amministrativo dello Stato, cercando contemporaneamente di conquistare terreno al perimetro delle proprie competenze indipendentemente dalla capacità di farvi fronte. Il problema è emerso con chiarezza durante l’emergenza pandemica.
Gli esempi sono molti, ma sarà sufficiente citarne alcuni. La sanità della Lombardia, per metà nelle mani del privato, entrò in crisi: affrontare un’emergenza sanitaria crea costi imprevedibili e il privato non può permettersi bilanci in rosso; la val d’Aosta cercò di svincolarsi dal contesto nazionale stabilendo regole in proprio, ma fu stoppata dalla Corte Costituzionale; molte Regioni individuarono, con parametri e modalità profondamente diversi, le categorie da privilegiare nell’accesso alla campagna vaccinale, cedendo spesso alle pressioni delle lobbies; qualcuna trattò in casa l’acquisto dei vaccini. Si levarono allora molte voci (anche alcune di quelle che oggi sostengono il progetto del governo) per proclamare la crisi del regionalismo, indifferenti al fatto che lo Stato non godeva a sua volta di buona salute. Ma la soluzione non è mai stata quella di rimettere indietro le lancette dell’orologio della storia. Si sarebbe piuttosto dovuto procedere sulla strada di una competizione virtuosa tra Enti misurata sulla progettualità, sull’efficienza, sull’innovazione amministrativa.
La scelta dal governo allarga invece a dismisura lo spettro delle competenze senza incidere sullo status quo. Le differenze rimangono perciò ingessate, mentre sarebbe indispensabile puntare su una riorganizzazione del sistema e necessario recperare, progressivamente, la costante erosione dei finanziamenti al welfare di questi ultimi vent’anni.
Sta proprio qui, a mio giudizio, il problema più grosso della proposta. Se prima non verranno definiti e adeguatamente finanziati i livelli essenziali delle prestazioni, le Regioni marceranno con tempi e velocità diversi, creando inaccettabili sperequazioni ai danni dei cittadini. I quali sembrano essersene accorti, se è vero che, come emerge dall’indagine su un campione individuato da “Demos”, il loro consenso, nel giro di tre mesi si è ridotto dal 50 al 44%.
Riproduzione riservata © Il Piccolo








