L’Europa senza diplomazia unica. Una condanna all’irrilevanza

Assistiamo alla dolorosa tragedia de L’Irrilevante nella cristalleria, dove il soggetto che non si nota come si dovrebbe è l’Unione europea e il magazzino di vasi e bicchieri frangibili è la geopolitica internazionale. La guerra è da tempo alle porte, si combatte in Ucraina e ora in Russia, mentre il clima arroventato nel Medio Oriente – che si bagna sul Mare Nostrum, va ricordato – rischia di aggravarsi da un momento all’altro.
L’Europa che fa? Poco o nulla. Attende, alla meglio; prende tempo con dichiarazioni di rito. Ieri è spuntato un appello scritto fra Londra, Parigi e Berlino con un invito all’Iran perché eviti l’escalation, un testo che poco fa, e molto rivela sulle volontà dei Ventisette di non tessere una politica estera comune. Come sempre, dirà qualcuno. Peggio di sempre, a voler essere sinceri, perché qualche progresso si era avuto e adesso non c’è più.
Quando l’Europa è assente, o non funziona, per noi europei il segnale è infausto. Si trova ogni giorno qualcuno che esulta se la bandiera a dodici stelle non sa sventolare, ma succede nella vuota convinzione che un singolo Paese possa cavarsela da solo davanti a problematiche tanto complesse quanto globali. Alle danze macabre del Medio Oriente si oppongono gli Stati Uniti, il globetrotter Blinken in testa con l’appoggio arabo ed egiziano. Per cercare di riportare la calma fra Kiev e Mosca arriveranno in cento a Locarno, con l’Ue a fare numero perché ci saranno gli esponenti degli Stati membri, determinati a dire la loro e, conseguentemente, ad annacquarsi nella molteplicità degli intenti.
La ricorrente cacofonia diplomatica è stata amplificata dalle due ultime guerre. È quasi banale prendersela con l’Alto Rappresentate europeo, lo spagnolo Josep Borrell, un politico esperto che paga una franchezza mal assortita con il ruolo di ministro degli Esteri Ue: è come guardare il dito e non la luna. Perché il problema nasce nelle capitali, nei governi che non vogliono cedere un’ombra di sovranità nella gestione delle crisi internazionali. Sono ancora persuasi, come diceva l’ex segretario dell’Onu Boutros Boutros-Ghali, che chi è potente non ha bisogno di diplomazia. «Mi dicono sempre che ai romani non serviva», confessò lo statista egiziano, ben consapevole che gli ambasciatori dell’Urbe c’erano ed erano abili, e che in giro di Stati come quello costruito dai romani se ne vedono pochi. Certamente, non nel Vecchio Continente.
L’orgoglio nazionale ha tuttavia il sopravvento, del resto è comodo assolversi davanti agli elettori accusando il fallimento dell’Europa come se non ci riguardasse. In realtà, quando a Bruxelles i governi hanno messo i loro delegati in condizione di agire, la fumata è stata bianca. Dopo l’attacco all’Ucraina, i Ventisette hanno impiegato quattro giorni per definire cosa fare e – nonostante il venir meno del pieno sostegno dell’opinione pubblica e di qualche cancelleria filorussa – hanno mantenuto la barra nel dire che non è solo una questione ucraina. Poi hanno gradualmente perso compattezza e vigore, senza comunque cambiare senso di marcia.
Negli archivi c’è l’accordo di Vienna del 2015 sull’Iraq con Federica Mogherini, alto rappresentante Ue, e Mohammad Zarif, ministro degli Esteri di Teheran. Noi e loro, per un’intesa durata tre anni, fino alla decisione di Donald Trump di venirne fuori. L’elezione di Biden non ha mutato la tendenza, se non per l’effetto di spingere l’Europa fuori campo e rimettere lo zio Sam al centro della scena nelle questioni medio-orientali. Dove, va detto, tutti aspettano il verdetto americano del 5 novembre – rieccola “l’Attesa” come elemento di rinvio delle decisioni – e non il cambio della guardia fra Borrell e l’estone Kaja Kallas, futuro alfiere diplomatico a dodici stelle.
Così non si va da nessuna parte. Per due motivi: il primo è che gli Stati membri non vogliono una politica estera che oscuri le prerogative nazionali; il secondo è che una gestione comune ha costi elevati che nessun governo intende sostenere. Dunque, si sceglie immobilità e si lascia l’America a dare le carte anche sulle questioni più vicine. Furbissimi? Per nulla. La soluzione è ben altra. Nella legislatura che si apre, occorre lavorare per una vera strategia comune nel nome della Sicurezza: se l’Unione non farà squadra, resterà in balia del mondo e non sarà arbitro della propria storia. Nel rispetto delle competenze nazionali, non c’è alternativa a una Politica estera fatta a Ventisette. Perché, fra tante, una cosa è chiara: se noi non faremo l’Europa, noi non faremo la pace
Riproduzione riservata © Il Piccolo








