E’ morto Pietro Calogero, il pm simbolo degli anni di piombo

Pietro Calogero, il procuratore del processo 7 aprile, è morto ieri sera (6 aprile 2026) all’età di 86 anni. La sua carriera e le sue inchieste hanno segnato una svolta nel modo in cui lo Stato ha affrontato il fenomeno dell'eversione di sinistra

Claudio Malfitano
Il pubblico ministero Pietro Calogero
Il pubblico ministero Pietro Calogero

Se n’è andato proprio alla vigilia di una data simbolica per la sua vita e la storia della città di Padova. Pietro Calogero, il procuratore del processo 7 aprile, è morto ieri sera (6 aprile 2026) all’età di 86 anni.

Ha segnato negli anni ‘80 uno dei periodi più bui della storia recente con gli anni di piombo e poi il processo all’Autonomia.

La sua carriera e le sue inchieste hanno segnato una svolta nel modo in cui lo Stato ha affrontato il fenomeno dell'eversione di sinistra, portando alla luce quello che sarebbe passato alla storia come il "Teorema Calogero".

L'operazione del 7 aprile 1979

Negli anni '70, Padova era il cuore pulsante dell'Autonomia Operaia, un'area politica radicale che trovava nel locale Istituto di Dottrina dello Stato una fucina ideologica.

Pietro Calogero, giunto a Padova come sostituto procuratore, si trovò a operare in un clima di estrema tensione, dove il confine tra lotta politica e lotta armata appariva sempre più sfumato.

La data che ha segnato la vita di Calogero è il 7 aprile 1979. Quello fu il giorno in cui scattò una vasta operazione di polizia che portò all'arresto dei vertici di Autonomia Operaia, tra cui figure di spicco come Toni Negri, Emilio Vesce e Oreste Scalzone.
L'inchiesta di Calogero partiva da una tesi audace: che esistesse un'unica regia dietro tutto il terrorismo di sinistra in Italia. Secondo il magistrato, Autonomia Operaia non era solo un movimento politico, ma il "cervello" organizzativo che dirigeva segretamente le Brigate Rosse e altre sigle clandestine, con l'obiettivo di scatenare un'insurrezione armata contro lo Stato.

Il "Teorema Calogero"

L'impianto accusatorio venne subito ribattezzato dai detrattori come il "Teorema Calogero". Il magistrato sosteneva che i leader dell'area padovana avessero una doppia veste: intellettuali pubblici di giorno e strateghi della lotta armata di notte. Celebre rimase il paragone del mare da prosciugare attorno ai pesci, a indicare la necessità di colpire l'intera area politica di riferimento per isolare i terroristi.

L’eredità del teorema

Nonostante la forza dell'impatto iniziale, il "teorema" non resse completamente alla prova dei processi. Sebbene venissero confermati i legami ideologici e logistici tra certi settori dell'Autonomia e la violenza politica, l'identità totale tra leader autonomi e Brigate Rosse non fu dimostrata in sede giudiziaria.

Molti imputati furono assolti o videro le loro pene ridimensionate, anche se Toni Negri subì pesanti condanne per altri reati.

Pietro Calogero rimase a lungo nel mirino della contestazione. Il suo cognome veniva spesso scritto sui muri di Padova con la "K" (Kalogero), un simbolo di accusa per equipararlo a un repressore dello Stato.

Oltre il 7 aprile

La carriera di Calogero a Padova non si esaurì con quel processo. Egli continuò a occuparsi di inchieste delicate, inclusi i collegamenti internazionali dell'eversione (come il caso della scuola Hyperion a Parigi) e le indagini sul terrorismo neofascista, settore in cui aveva già operato a Treviso indagando su Franco Freda per la strage di piazza Fontana.

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