«Quintino Sella», recuperato un ordigno che la nave non riuscì a sparare
Il recupero è avvenuto al largo di Venezia, a 23 metri di profondità. L’ordigno inesploso è stato recupero del relitto spezzato: fu centrato dai siluri dei tedeschi, l’11 settembre ’43

Uno dei proiettili che l’equipaggio del «Quintino Sella» non riuscì a sparare per difendersi dalle due motosiluranti tedesche che gli avevano teso un agguato, davanti alle coste veneziane, era ancora lì.
A fianco del relitto del cacciatorpediniere della Regia marina italiana, spezzato da due siluri tedeschi l’11 settembre del 1943, tre giorni appena dopo l’Armistizio, firma che cambiò il fronte di guerra e con esso i nemici da colpire.
Incrostato e adagiato a 23 metri di profondità, l’ordigno - inesploso e potenzialmente ancora pericoloso - è stato trovato 83 anni dopo la tragedia navale in cui persero la vita oltre 200 persone, a circa 30 miglia dalla spiaggia di Cavallino Treporti, ora paradiso del turismo en plein air, frequentato soprattutto da famiglie e giovani del Nord Europa. Vicino al proiettile i due tronconi della nave: la poppa adagiata su un fianco e vicino alla prua, inabissatesi dopo l’attacco a sorpresa della Marina tedesca.
Il recupero dell’ordigno
A recuperare e a far brillare l’ordigno sono stati, nei giorni scorsi, i sommozzatori del Comsubin, il reparto d’élite della Marina militare italiana, specializzato in operazioni speciali, incursioni navali e guerra subacquea, supportati dai colleghi del Gruppo Aeronavale della Guardia di Finanza di Venezia, durante un’operazione subacquea «finalizzata al controllo del territorio marittimo sommerso a alla tutela della sicurezza della navigazione lungo il litorale».
Orgoglio della Marina
Le poche righe del comunicato della Guardia di Finanza raccontano l’operazione di recupero, ma non la gloriosa storia (e la fine tragica) di un cacciatorpediniere intitolato a Quintino Sella, politico ed economista, già ministro delle Finanze del Regno d’Italia nell’800. Una nave da guerra che in nove anni di vita portò a termine quasi centoventi missioni, solcando in lungo e in largo il Mediterraneo. Ma soprattutto che - fino all’inabissamento - era considerata un gioiello della Marina militare italiana.
Costruito nei cantieri navali Pattison di Napoli nel 1922, il Sella - come gli altri cacciatorpedinieri della stessa classe - aveva motori più potenti e moderni, in grado di sviluppare velocità ben superiori a quelle sviluppate fino a quel momento da quel tipo di imbarcazioni, che servivano per le scorte e le perlustrazioni dei pericoli in mare. Entrato in servizio quattro anni dopo - era lungo quasi 85 metri e largo 8 - poteva disporre di quattro cannoni, sei mitragliere e quattro tubi lanciasiluri.
Le missioni

All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il Quintino Sella, insieme all’unità gemella Crispi, fu utilizzato come scorta a navi cisterne e a piroscafi che portavano le truppe italiane. Di base a Rodi, fu utilizzato nelle operazioni di occupazione dell’isola di Creta. Nel maggio del 1941 fu quasi affondato da alcuni bombardieri tedeschi che lo avevano scambiato per una nave inglese. Rimesso in acqua, fece la sua ultima missione nell’ottobre del 1942 come unità di scorta alla nave cisterna Arca, che fu affondata da un sommergibile britannico al largo dell’isola greca di Chio, nonostante le undici bombe di profondità che il Sella aveva indirizzato verso il sottomarino.
L’affondamento
Il danneggiamento per errore dei tedeschi fu lo spiacevole preludio di quello che sarebbe successo due anni e mezzo dopo al largo delle coste veneziane. Usato ormai come unità di addestramento, l’11 settembre del 1943, il Quintino Sella era ormeggiato alla banchina dei Giardini della Biennale di Venezia.
Nel primo pomeriggio il comandante, il capitano di corvetta Corrado Cini, chiese di salpare, nonostante un guasto a una caldaia che ne avrebbe compromesso la velocità, per obbedire agli ordini di consegnarsi agli alleati nel porto di Taranto. A bordo c’erano anche circa 300 civili in fuga dall’occupazione nazista.

Al largo di Venezia, verso le 16,30, il Quintino Sella incrociò un vecchio piroscafo italiano, il Pontinia, apparentemente innocuo. Quello che Cini e il suo equipaggio non potevano sapere era che il piroscafo era stato catturato da due motosiluranti tedesche, che lo usavano come schermo per tendere agguati.
Un’ora più tardi dalla fiancata del piroscafo spuntò una delle due motosiluranti che lanciò contro il Quintino due siluri che colpirono la plancia e il locale caldaia, facendolo esplodere. Il cacciatorpediniere si spezzò in due: la prua affondò subito, la poppa proseguì per qualche centinaio di metri. Solo un centinaio fra membri dell’equipaggio e civili riuscì a salvarsi, molti di questi recuperati dallo stesso Pontinia e da alcuni pescherecci.
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