Immigrazione clandestina, sgominata banda criminale attiva in tutto il Nord Est: sette arresti e trenta denunce
I migranti di nazionalità cinese, introdotti illegalmente attraverso i confini orientali, venivano trasferiti tra Trieste e Monfalcone in treno e poi smistati in furgone verso basi logistiche in Veneto

Esseri umani spostati come pacchi attraverso i confini per alimentare l’industria tessile pratese o altre realtà produttive in Spagna. Talvolta occultati in gruppi di una manciata di persone, fino a otto, all’interno di furgoni muniti di doppio fondo, appositamente ricavato. E viaggi della “speranza” lungo la rotta balcanica, con iniziale base logistica alla stazione ferroviaria di Monfalcone, che arrivavano a costare tra i 5 e i 6 mila euro pro capite: il gruzzolo costituiva la contropartita per lasciare la Cina e trovare in Europa un futuro (forse) migliore. Alimentando però un giro d’affari significativo.
È la fotografia che affiora dalla capillare attività investigativa condotta per sette mesi dai Carabinieri di Monfalcone, supportati dai colleghi di Villesse, su regia della Direzione distrettuale antimafia di Trieste e coordinamento del pubblico ministero della Procura giuliana Federico Frezza.
Un’operazione che è riuscita a disarticolare, secondo l’accusa, un «sodalizio criminale» dedito al «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini di nazionalità cinese».

È stato a Roma, lo scorso mese, che il traffico di esseri umani è stato decapitato. Quando la figura al centro di questa presunta attività criminosa, fin lì inafferrabile e invisibile per i numerosi cambi d’identità perpetrati con documenti falsi, è stata individuata.
E successivamente arrestata dai militari della locale Compagnia, retta dal comandante Antonio Cerrone, su esecuzione dell’ordinanza di misura cautelare in carcere emessa a suo carico per input della Dda triestina. Si tratta di una donna cinese di 45 anni, con numerosi precedenti e una lunga lista di alias, che si faceva chiamare “Mela” ed è attualmente ritenuta dagli inquirenti a capo dell’intera organizzazione.
Prima che fioccassero le manette per lei e altri sei individui con ruolo di passeur, tutti connazionali tranne un cittadino serbo, la 45enne è stata trovata nella capitale in possesso di un’ingente somma di contanti – 20.000 euro – nonché di numerosi documenti d’identità riconducibili ai connazionali, parecchi dimostratisi contraffatti.
La scintilla investigativa, da una specifica segnalazione in quel di Villesse, lo scorso agosto. Cittadini con spiccato spirito d’osservazione avevano infatti notato un gruppo di cinesi scendere da un camion. Ne avevano tirato giù la nazionalità della targa, montenegrina, e avevano continuato a seguire i movimenti dell’insolita comitiva, prelevata e poi fatta salire su un paio di auto italiane.
Partite le indagini, s’è svelato quindi il “modus operandi” per mettere in atto il trasferimento degli irregolari. All’inizio gli autisti, cioè i passeur, erano soliti parcheggiare i mezzi in stazione ferroviaria a Monfalcone. Diretti a Trieste, salivano sul treno per raggiungere gli extracomunitari, frattanto attraverso i confini orientali introdotti clandestinamente in Italia, e accompagnarli ai binari nell’intento di traghettarli di nuovo qui. Nella città del cantiere, poi, i clandestini venivano fatti caricare su macchine e trasferiti in alcune “basi logistiche” del Veneto. Quindi da lì successivamente portati a Prato o in altri Stati dell’Unione europea: in questo caso via aereo e sempre con documenti di viaggio falsi.

A un certo punto però, dopo i primi interventi dell’Arma, l’organizzazione ha cambiato schema. Sono entrati in campo i furgoni, dirottati sulle più discrete campagne friulane e isontine per dare meno nell’occhio col trasbordo su altre vetture. Ma neppure questo è rimasto sotto traccia: l’osservazione e il pedinamento dei militari hanno determinato anche il sequestro dei veicoli. Portato a galla l’esistenza, in alcuni casi, di «un doppio fondo appositamente predisposto per occultare le persone».
Nel corso dell’operazione, spostatasi in Veneto, si sono individuate infine le persone ritenute «al vertice del sodalizio criminale nel Nord est». Ma l’organizzazione aveva già avviato un nuovo canale, con nell’accompagnamento dei migranti a Tessera, l’aeroporto veneziano, per il successivo imbarco su voli di linea diretti in Spagna. Lì alcuni clandestini sono stati intercettati e fermati mentre s’apprestavano a decollare. Andata storta pure questa, l’ultima mossa: l’abbandono delle basi venete e l’approdo nella capitale.
Conclusione: sette arresti. Oltre a quello di “Mela”, sei passeur in flagranza di reato mentre trasportavano i migranti appena giunti in Italia dalla Serbia. E ulteriori 30 persone denunciate a piede libero, tra appartenenti al sodalizio criminale e cittadini cinesi irregolarmente qui. Il procedimento è ancora in fase di indagini preliminari, dunque vige la presunzione d’innocenza dei coinvolti, fino all’eventuale terzo grado di giudizio. —
Riproduzione riservata © Il Piccolo








