Un orso a passeggio sull’Altopiano, continua il monitoraggio del giovane esemplare
L’orso che per mesi ha turbato le notti dei malgari e degli allevatori dell’Altopiano di Asiago, in provincia di Vicenza, da un paio di giorni sarebbe rientrato in Trentino. L’assessore regionale Bond: «È risalito perché ha trovato un ambiente più fresco»

L’orso che per mesi ha turbato le notti dei malgari e degli allevatori dell’Altopiano di Asiago, in provincia di Vicenza, da un paio di giorni sarebbe rientrato in Trentino. Meglio: al momento sarebbe sì in Trentino ma vicino al confine con il Veneto.
A spiegarlo è l’assessore regionale Dario Bond, cui il governatore Alberto Stefani ha conferito le deleghe all’Agricoltura, foreste, montagna. «Al momento l’orso si trova sul versante trentino di Grigno» spiega l’assessore.
«È risalito perché ha trovato un ambiente più fresco, con la presenza di muschi e animali con i quali si può cibare in tranquillità». Detto questo, «è evidente che continueremo a monitorare i suoi movimenti».
Preoccupazioni archiviate per i veneti, dunque? Più “no” che “sì”, in realtà. La presenza dell’orso per lunghi mesi ha messo in allarme più persone, non solo gli addetti ai lavori ma anche i sindaci dell’Altopiano e la Provincia di Vicenza. Intendiamoci: a conti fatti non è nemmeno la preoccupazione principale. Su un ipotetico podio rimangono ben salde la siccità e le predazioni dei lupi. I quali, a differenza del plantigrado, sono ormai stanziali.
L’esemplare
L’ultimo avvistamento in Veneto, ad opera di un automobilista che ha “incrociato” l’orso sulla strada in località Campanella, tra Gallio e Foza, risale agli inizi di agosto. Poi più nulla fino a qualche giorno fa, quando è stato avvistato sui boschi di Grigno.
Si tratta, stando a quanto sono riusciti a ricostruire gli addetti ai lavori (compresa la polizia provinciale) di un giovane esemplare maschio di circa due anni.
Caratteristiche coerenti con un orso già censito come M123, anche se l’ufficialità di una conferma che possa essere lo stesso esemplare ancora non c’è. Ciò che appare confermata è la “passeggiata” che il plantigrado ha iniziato sulle montagne venete all’incirca a maggio, arrivando in solitaria dal Trentino, e agitando gli animi dei gestori delle malghe e degli allevatori preoccupati per nuovi disagi e nuove perdite economiche.
Finora all’orso è stata imputata ma non confermata, la predazione di due capre. Per il resto, da quanto emerge dalle rilevazioni effettuate e dalle tracce lasciate sul terreno, il plantigrado sembra essersi cibato di frutta e bacche selvatiche. E questo perché contrariamente ai lupi, gli orsi sono onnivori.
I timori
La storia tra l’Altopiano e gli orsi è un copione che si ripete periodicamente ormai da qualche anno.
Il problema della loro presenza insegue due direttrici. La prima tocca l’impatto che gli orsi possono avere nell’economia di montagna, e quindi su eventuali predazioni di animali da allevamento. La seconda direttrice interessa il tema più ampio della sicurezza, in un periodo dell’anno in cui l’Altopiano è letteralmente preso d’assalto da turisti, escursionisti, appassionati o neofiti della montagna. E nel computo sono compresi anche i cercatori di funghi, che in questa stagione battono i boschi e le montagne dell’Altopiano con zelo prussiano.
Sullo sfondo di questo panorama, il monitoraggio del giovane orso ha tradito un tracciato lineare da nord a sud e poi ancora a nord, radente i corsi d’acqua, sposando così il percorso degli orsi nel passato. Anche le modalità di movimento sono state simili, con movimenti prevalentemente notturni, tenendosi ben lontano dai centri abitati o dai luoghi rumorosi.
I problemi
Il per ora “tocca e fuggi” dell’orso ha innescato per l’ennesima volta il dibattito sulla fauna selvatica. A colpire, più che lo scontro tra animalisti da una parte e tutti gli altri dall’altra, è il tornare sotto i riflettori dei problemi dell’economia di montagna, quest’ultima ormai ricondotta quasi esclusivamente al turismo. Il quale però non interviene nella conservazione dell’ambiente o nell’evitare l’abbandono delle terre quanto invece consente l’economia delle malghe, dell’allevamento, forestale.
Quest’anno la crisi è duplice. La siccità costringe i malgari a costosi viaggi per trasportare acqua e foraggio per gli animali. Eppoi c’è il problema irrisolto dei branchi di lupi. Ad oggi in quell’area ne sono censiti tre, tra i 20 e i 25 esemplari. L’impatto di questi nell’economia si è tradotto in circa 150 predazioni accertate nel 2025 tra bovini, ovini, equini e altre specie. Nel computo vanno inseriti anche gli animali di compagnia. Si parla di danni, che dalle organizzazioni di categoria sono stati valutati in una decina di milioni di euro.
Alla luce della circostanza che con i lupi un approccio montessoriano è inutile, nel corso degli anni (nel 2022 le predazioni furono oltre 800), si sono provate e ipotizzate diverse soluzioni. Tutte ugualmente tampone. Ed è questa la ragione che ha spinto gli addetti ai lavori a salutare con favore il recente declassamento avvenuto in Europa, che ha portato il lupo da essere specie “rigorosamente protetta” a specie “protetta”. Anche qui le polemiche non sono mancate.
Riproduzione riservata © Il Piccolo








