L’8 marzo tra lavoro e vita privata: il tempo delle donne, generazioni a confronto

L’occupazione, l’impegno a casa, la tendenza in via di consolidamento a tracciare nuovi equilibri: le voci dal Friuli Venezia Giulia

Laura Blasich e Silvia Domanini

Sempre in equilibrio, tra lavoro e famiglia. Le giovani donne chiedono, però, come fanno peraltro anche molti uomini delle stesse fasce d’età, più tempo per se stesse. Una tendenza che si sta consolidando in Italia, come dimostrano diversi studi svolti su base nazionale. A raccontare qual è la situazione ci sono le sei donne che abbiamo voluto sentire in occasione dell’8 marzo. Sono imprenditrici, professioniste e insegnanti, appartenenti a generazioni diverse.

La restauratrice Valentina Scuccato

Nel suo laboratorio di restauro, a Pordenone, al piano terra della sua abitazione, Valentina Scuccato di solito rimane fino alle 20.30. «Durante il giorno mi confronto con i collaboratori, discuto di preventivi, e dopo le 17 lavoro sulle opere, mentre spesso il fine settimana se ne va in sopralluoghi e nella definizione dei preventivi», racconta la restauratrice, che ha aperto nel 1989, a vent’anni, appena uscita dall’Istituto per l’arte e il restauro di Firenze.

«Per dieci anni è stato complicato, perché “accreditarsi” nei confronti della Soprintendenza al tempo non era facile, mentre ora il percorso di studi, quinquennale all’università, è definito, come la qualifica», spiega Scuccato. «Quando, nei primi tempi, collaboravo con altri professionisti, lavoravo per loro cinque giorni e poi nel fine settimana per me – prosegue –. Come impresa individuale, non c’erano tante alternative. Ora i giovani vorrebbero avere spazi in più, salvaguardare il proprio tempo libero e le proprie esigenze. Credo sia dovuto ai cambiamenti della società, dall’arrivo della rete, che ha agevolato ricerca di materiali e informazioni, ai percorsi di studio».

Quella scelta da Scuccato dopo il diploma al liceo artistico di Pordenone è un’attività che richiede «un impegno totale e incalzante, se lo si vuole fare bene e avendone il controllo», assieme a passione, cura, aggiornamento costante. «Il nostro è un lavoro ad alta qualificazione, ma è ancora difficile farselo pagare, soprattutto sul fronte degli studi preliminari e della progettazione», rileva la restauratrice, secondo cui «il settore del restauro sta bene in Friuli Venezia Giulia: il lavoro non manca grazie ai bandi della Regione e della Fondazione Friuli».

«È difficile ricavarsi spazi liberi, ma lavorare in proprio garantisce della flessibilità, la possibilità di giostrarsi nell’arco della settimana», osserva la restauratrice. Al proprio fianco Scuccato ha trovato «un marito che mi aiuta molto per quanto concerne la casa».

La veterinaria Chiara Adorini

«Se fossi stata un ragazzo, sarebbe stato diverso, mi sono sentita penalizzata all’inizio dei miei studi di Veterinaria perché il ramo che mi interessava, Ortopedia, era molto maschile e maschilista. In seguito sul lavoro non ho mai avuto problemi con i colleghi uomini ma nella mia clinica ora siamo tutte donne. Solo dopo i 40 anni mi è però passata quella sensazione di dover sempre giustificare le mie diagnosi cliniche per farmi credere; per un uomo è più facile». A parlare così è Chiara Adorini, veterinaria friulana di 42 anni, imprenditrice, gestisce la sua clinica a Zugliano. I tempi sono cambiati e la sua professione, una volta prerogativa maschile, ora invece è quasi tutta in mano alle donne.

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«Direi che l’80% dei veterinari è donna e se io dovessi scegliere da chi far operare un mio animale, andrei da una donna perché ha una marcia in più, un sentimento diverso che fa parte della sua stessa natura». Racconta che preferisce lavorare con colleghi più esperti, di media età, come lei.

«A volte sembra che le nuove leve non riescano ad appassionarsi. Io ricordo che da ragazza rubavo con gli occhi il mestiere, facevo domande, se non mi rispondevano andavo a leggere libri e avevo una curiosità che purtroppo non riscontro nei giovani. È bello investire su di loro ma devono avere voglia».

Discorso diverso invece con un collega di età più avanzata. «Mi trovo bene, sai che non ci sono margini di manovra, accetti i benefici di uno che ha esperienza e cammina da solo e che dà un senso di stabilità e sicurezza». Un percorso lavorativo, il suo, che descrive così: «A 30 anni ero la perfezionista, ora a 40 sono più sicura ed entusiasta e in futuro, se potrò, continuerò su questa strada dedicandomi anche alla ricerca».

Figlia d’arte, forma la prima coppia medica mamma-figlia, dell’Ordine dei veterinari di Udine e non sa se augurare alla figlia la stessa strada. «Spero che sappia come me amare le cose e rinnovarsi tutti i giorni senza stancarsi mai, caratteristiche fondamentali in ogni lavoro».

La commercialista Ave Chinetti

Professione: commercialista, quasi per caso, non per vocazione. Ma ora Ave Chinetti è soddisfatta di ciò che fa. Tante le scelte e le rinunce fatte, con priorità veder crescere la figlia e poter stare con lei anche nelle piccole cose. Una vita di corsa fra dichiarazioni dei redditi e bilanci e una lotta per ritagliarsi del tempo da dedicare alla famiglia. Mai pentita, una scelta voluta anche per far fede al suo principio secondo il quale una donna non deve mai dipendere da nessuno, qualsiasi cosa faccia deve essere autonoma economicamente. La professionista triestina racconta che un tempo si era più votati al sacrificio.

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«Ci sono ancora giovani bravissimi ma una volta il lavoro era più concentrato: c’erano le campagne dichiarazioni Iva, redditi e si restava in studio fino a tarda serata, lavorando anche sabato e domenica. Il 31 maggio si consegnavano le dichiarazioni e si poteva pensare di andare in vacanza; ora è impensabile, non è mai il momento. Gli adempimenti si sono triplicati, norme e burocrazia cambiano in continuazione e fare questo mestiere è diventato complesso. I giovani preferiscono altre professioni».

Un giudizio maturato dall’esperienza, Chinetti è stata per due mandati, nove anni, nel consiglio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti contabili di Trieste e spiega che le iscrizioni di praticanti e nuovi commercialisti sono sempre meno, con un trend di neo laureati che si iscrivono, fanno il tirocinio, ma prima di sostenere l’esame di Stato mollano. Vogliono il posto fisso. Una scelta condivisa anche da giovani commercialisti che sempre più spesso escono dall’Ordine perché vincono concorsi pubblici o trovano impiego in grosse aziende. «È tutto cambiato, emergere non è garantito: c’è il rischio che i sacrifici fatti non si trasformino in soddisfazioni».

Ed è mutato, in meglio, anche il rapporto fra uomini e donne: fino a qualche anno fa c’era molto maschilismo. «L’ambiente era difficile per noi donne, ora è tutto ridimensionato».

La commercialista Giulia Lovrovich

Personalmente cerco di conciliare vita privata e lavorativa ponendo confini ove necessario». Giulia Lovrovich, 33 anni, mamma di un bambino di un anno mezzo, laureata all’Università di Trieste, è dottore commercialista dal 2019 e lavora in un grande studio dell’Isontino.

Una professione, quella del commercialista, che in passato richiedeva un impegno orario consistente e che tuttora lo impone nei momenti di “picco”, in corrispondenza delle scadenze fiscali. «Certamente in generale non è sempre facile e ci sono momenti in cui il sacrificio è necessario – afferma la giovane commercialista – ma l’obiettivo resta quello di un impegno che sia sostenibile e permetta di bilanciare professione e vita familiare».

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«La nostra è una professione dinamica e impegnativa, che richiede un aggiornamento quotidiano, ma offre opportunità di crescita, anche a livello personale», aggiunge Lovrovich, dallo scorso febbraio anche componente del consiglio dell’Ordine dei commercialisti di Gorizia, che, seguendo la strada aperta da quello nazionale, ha istituito al proprio interno un Comitato pari opportunità. Un Ordine, quello isontino, che peraltro vede i ruoli di vicepresidente, segretario e tesoriere ricoperti da iscritte.

«C’è sicuramente una maggiore attenzione e del resto è cambiato il mondo da quando è nata questa professione – osserva la giovane commercialista –. Anche la nostra cassa previdenziale attua delle politiche a favore della genitorialità». L’attività, in cui i giovani professionisti «hanno portato un approccio più digitale, nell’analisi dei dati e anche nel rapporto con i clienti», resta comunque “sfidante”, anche sul fronte della conciliazione dei tempi.

«Serve capacità di pianificazione e flessibilità, ma il nostro lavoro dà la possibilità alle giovani donne di crescere professionalmente», sottolinea Lovrovich, riconoscendo l’utilità delle misure esistenti in Friuli Venezia Giulia, dai bonus nido alla Dote famiglia.

La docente Giuliana Krizman

«Da giovane mi hanno detto di lavorare a testa bassa per conquistare la mia libertà e la mia autonomia. Così ho fatto: ci sono stati anni nei quali ho vissuto tre vite lavorative contemporaneamente, non senza rinunce. È stato difficile, ma grazie al sostegno della mia famiglia d’origine e di quella attuale, ce l’ho fatta e non mi pento di nulla. Ed è ciò che dico a mia figlia Chiara, che ha 24 anni e lavora a Londra nella finanza: sii consapevole, fai le tue scelte, conquista la tua indipendenza».

«Com’ero io a trent’anni e come sono le docenti trentenni di oggi? Si lavora tanto adesso, forse pure di più e in modo diverso, ma ora, complice il Covid, le giovani generazioni provano e porre più limiti per la salvaguardia della propria vita privata». La scuola la conosce da 41 anni, la professoressa Giuliana Krizman, vice preside e docente di Letteratura italiana al liceo artistico e del Made in Italy Nordio di Trieste.

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Si racconta tra ricordi e nuove sfide digitali. «Bisogna essere al passo con la velocità dei tempi. Per carattere – spiega – sono una persona curiosa e non mi sono mai fermata, il mio desidero di conoscere era forte. I sacrifici ci sono stati, per riuscire a tenere tutto insieme, lavoro e famiglia». Krizman, 61 anni, ricorda gli inizi della carriera, come insegnante di musica in vari istituti, poi di sostegno e infine il salto e l’insegnamento delle materie letterarie. «Ho sempre sentito dentro di me di dover dare il meglio. È una spinta che vedo in tante giovani anche oggi. Giovani che spesso mostrano grande disponibilità e che hanno a che fare con un mondo totalmente cambiato».

«In un certo senso si lavora di più oggi, si è assorbiti da vortici di stimoli e incombenze. Il Covid, la rete, hanno segnato il mondo contemporaneo, sempre più precario. Anche noi eravamo precari, ma in modo diverso. Oggi – conclude – è come se tutti corressero in un vortice senza capire bene dove si arriva. E magari i giovani si chiedono: ha senso continuare e correre così tanto se non ho certezza di arrivare da qualche parte?».

La docente Elena Caliandro

«Gli spazi? Sì, ci sono, abbastanza, anche se non riesco a fare tutto quello che vorrei, ma è un discorso valido per chiunque lavori, credo», afferma Elena Caliandro, 36 anni, insegnante di Letteratura italiana e storia al liceo Buonarroti di Monfalcone, la sua città, dove ha anche avviato dallo scorso autunno un club di lettura.

«Per ora riesco a mettere dei paletti e se non li metto è perché, in tutta onestà, voglio essere coinvolta in quell’attività, in quel progetto», spiega Elena, non nascondendo i cambiamenti subiti dalla professione, soprattutto negli ultimi anni. «Avevamo immaginato l’insegnamento forse come l’avevamo vissuto da studenti», dice. La «realtà, invece, è molto sfidante, intanto perché le conoscenze e le competenze che l’Università ti dà non bastano per affrontare classi eterogenee, in cui l’insegnante è anche psicologo e supporter motivazionale». Il carico orario, poi, non si limita all’impegno in aula.

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«La scuola è diventata un’azienda, con scadenze, documenti, incontri pomeridiani, corsi da tenere o da seguire, perché c’è, giustamente, la formazione continua – prosegue Elena –. Alla base, però, credo sempre di più che chi intraprende questa carriera deve sentirsi molto vocato a stare con i giovani, con il carico emotivo che questo ormai comporta. Le colleghe più anziane guardano alla pensione come a un miraggio proprio per questa usura».

«In generale, penso che la pressione sulle donne sia ancora tanta: c’è ancora uno stigma sociale sulla scelta di non fare figli, mentre se li fai, anche per chi lavora nella scuola, sei sempre di corsa, in affanno. Lo è la coppia, in realtà, perché i servizi dovrebbero essere potenziati – prosegue Elena –. La scuola, chiusa tutta l’estate, non è del resto strutturata sulla famiglia».

Però, allo stesso tempo, «questo è un ambiente di lavoro fondamentalmente sano, che garantisce dei diritti e dove ci sono reali pari opportunità, in particolare al liceo di Monfalcone». Insomma, la scuola «resta ancora uno degli ambienti migliori di lavoro per una donna».

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