“Parallel Flows”: a Trieste la mostra che unisce l'arte di Serse e Jingge Dong per la Barcolana Cultura

Inaugurazione sabato 26 settembre alla galleria MLZ: un dialogo inedito tra generazioni, culture e tecniche differenti nel segno della riflessione civile e della natura

Francesca Schillaci

Quello che percepiamo non sempre è ciò che realmente esiste, poiché, come scriveva Carl Gustav Jung: «Non vediamo l’altro per ciò che è, ma per ciò che siamo pronti a comprendere». Esiste un luogo nello sguardo degli artisti che si esprime con potenze differenti, pur portando in sé la stessa direzione. La rappresentazione di quel luogo cambia a seconda dello stile, della tecnica e della cultura che ognuno incarna nella sua esperienza, ma è nell’incontro di queste apparenti diversità che l’arte riconosce se stessa, grazie allo sguardo dell’altro.

Nuovi linguaggi per espandere i confini culturali

Dovrebbe essere disciplina comune cercare in nuovi linguaggi artistici forme e dimensioni che possano espandere la propria visuale, poiché solo in questo modo l’arte amplifica il suo dovere culturale e diventa cassa di risonanza per nuovi messaggi da condividere. È possibile osservare questo incontro tra Serse Roma, artista italiano di fama internazionale, e Jingge Dong, artista di origine cinese attivo tra Venezia e la Cina, che insieme portano un nuovo dialogo di concetti e riflessioni nella mostra “Parallel Flows” che inaugura sabato 26 settembre alle 18 nella galleria MLZ di via Roma 15, curata dal gallerista Marco Lorenzetti. L’esposizione si inserisce nel calendario “Barcolana Cultura 2026” e sarà visitabile fino al 28 novembre.

Due generazioni e stili a confronto

Due tecniche diverse tanto quanto due dimensioni di vita distanti per generazione trovano spazio in percorsi visivi autonomi, indipendenti, eppure in cammino verso la stessa direzione: il fluire dell’esistenza nelle dinamiche umane e civili, così come nella natura ciclopica e irraggiungibile. Il colore tenue delle opere di Dong incontra lo stile monocromatico di Serse. Da un lato ci si imbatte nella ricerca di un senso dentro i processi evolutivi della società che Dong osserva nel suo presente: cosa sta succedendo nella nostra contemporaneità? Quali sono le realtà che portano alla guerra, alla negazione dell’altro, alla discriminazione? Opere come “An empty bed” mettono in luce il frammento di una visione, una realtà che si spezza pur senza definirsi mai del tutto e lo fa attraverso la gentilezza del tratto pittorico che raccoglie, nel colore delicatissimo, la fusione di un’esperienza occidentale tanto quanto orientale.

La ricerca poetica e civile di Jingge Dong

«Nel mio percorso pittorico all’Accademia delle Belle Arti di Venezia – spiega Dong – ho avuto modo di osservare i miei compagni dipingere e comprendere che avevo bisogno anche io di trovare il mio linguaggio che fuoriuscisse dal realismo rappresentativo. L’arte non va imitata, ma creata. Mi sono, così, messo in ascolto della mia storia specchiandola nella storia degli altri e ho trovato nella pittura il senso della collettività. Cerco di comprendere cosa accade ogni giorno e lo vorrei mettere a disposizione per parlarne insieme, offrendo la mia visione, mettendola in discussione».

La ricerca di domande, in Dong, si insinua più che la brama di risposte e il risultato finale sono opere intrise di onirico e senso civile, due dimensioni all’apparenza contraddittorie, ma che acquistano verità e rivelazione proprio attraverso il suo linguaggio pittorico.

La grafite e la natura monumentale nell'opera di Serse

All’opposto di questa dimensione, ma dirette verso la stessa direzione, ammiriamo le opere di Serse che porta avanti, implacabile, il ciclo a grafite “A fior d’acqua” iniziato nel 1998. L’essere umano come rappresentazione figurativa è assente nelle opere di Serse, eppure lo si percepisce nel senso profondo dell’indagine artistica e culturale che l’artista insegue da tutta la vita.

L’acqua è l’elemento di riflessione per eccellenza che, con i suoi vortici e il suo stoico fluire, racconta l’importanza della linea dell’orizzonte che diviene realtà specchiante tra ciò che c’è sotto e ciò che appare sopra. Tra ciò che apparentemente separa con ciò che interiormente unisce, crea incontro.

L'evoluzione del riflesso e il ruolo dell'artista

La meticolosa precisione del dettaglio che ha definito l’arte di Serse, vede una sua naturale evoluzione nel ciclo dell’acqua: opere già esposte in grandi personali a Pechino, arrivano ora anche a Trieste con altre opere inedite, prese, lasciate e poi riprese per essere completate nel dialogo con Dong. Se nei lavori di un tempo si nota la precisione estrema dell’immagine a tutto tondo, quasi fosse una fotografia, nelle opere di oggi osserviamo una focalizzazione sul riflesso che crea il movimento e lo immortala nel suo più intimo dettaglio.

È qui che avviene la riflessione sul ruolo dell’essere umano di fronte all’aspetto cratofanico della natura, innalzata nel suo prodigio e nella sua austerità di fronte alla quale l’artista diventa spettatore e messaggero del suo linguaggio più ancestrale.

La natura come confine e rivelazione

«L’arte, così come il ruolo dell’artista, – sottolinea Serse – è appropriarsi del vedere della natura e trasformarlo attraverso la propria immaginazione. Solo attraverso questo riconoscimento è possibile e doveroso riconsegnarla al pubblico».

La figura umana, se rappresentata, diventerebbe l’intermezzo tra ciò che l’artista ha bisogno di vedere e ciò che esiste; una sorta, dunque, di realtà disturbante che distoglie l’ascolto e la relazione che l’artista stesso ha instaurato con il romanticismo della natura. «L’arte è come ciò che esiste nel fondo dell’acqua e il rigetto che risale in superficie – continua Serse Roma –. La linea è sottile: divide, ma non spezza, semmai amplifica e rivela».

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