Elezioni politiche, il dovere di non arrendersi

TRIESTE «Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico». Penso alla Costituzione, all’articolo 48 che riconosce come elettori «tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età», e penso soprattutto a quelle parole chiave così lungamente dibattute dall’Assemblea costituente: «dovere civico».
Mi prende lo scoramento. Come si fa a chiamare al «dovere» chi non ci crede più, chi è sconcertato, chi non arriva a fine mese, chi non si sente rappresentato, chi grida al tradimento e accusa quelli che oggi chiedono il voto di aver fatto loro, di quel «dovere», carta straccia?
Le strade dell’astensione, legittima, sono affollate. È come se la politica - e oggi ne avremmo più bisogno che mai - si fosse impegnata a scacciare dalle urne elettori già duramente provati da una pandemia e da una guerra, spaventati da un inverno che si annuncia pesante, incupiti da un futuro pieno di incognite.
«Tanto il mio voto non conta nulla»: chi non se l’è sentito dire da un parente, un amico, un conoscente? È la crisi delle crisi. Della democrazia. Dell’Occidente. Di un’Italia sempre più diseguale.
Lo scoramento non se ne va. Poi, però, penso a mio nonno che aveva sei anni quando, nel 1918, il voto fu esteso a tutti i cittadini maschi. Penso a mia mamma che ne aveva tre quando, nel 1946, le donne votarono per la prima volta. Penso a chi, nel mondo, quel «dovere civico» non può esercitarlo liberamente.
Da triestina, rischiando di andare “fuori tema”, penso anche ai lavoratori della Wärtsilä: sanno che possono perdere, Davide contro Golia, ma sanno che la sconfitta è certa se gettano la spugna. Vale anche per noi, se rinunciamo a combattere per un Paese più giusto.
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